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E' tutto dentro di noi, tutto dipende da noi: una visione buddista della vita

Ultimo aggiornamento: 15 Marzo 2016

Dalla rabbia alla pace: un viaggio interiore

Il mare, il cielo, gli alberi, i prati fioriti, il sole, la luna e le miriadi di stelle sono tutti dentro di noi, così come i problemi ambientali e i problemi di ogni essere vivente. Il bene e il male, il bello e il brutto, il fuoco e l'acqua, il femminile e il maschile, la rabbia e la pace, la felicità e la disperazione, la voglia di vivere e la voglia di morire... tutto, nei suoi opposti e nelle sue mille sfaccettature, è sempre dentro di noi. Nell'antica filosofia cinese, il concetto di yin e yang esprime l'idea che ogni cosa ha il seme del suo opposto e che con esso è interdipendente. L'esistenza e la non esistenza di un qualunque fenomeno della vita fanno parte del nostro Essere, nulla esiste a prescindere da noi: tutto e tutti facciamo parte di un'immensa rete, nulla è isolato, nulla esiste di per sé. Siamo connessi, interrelati, interdipendenti.

L'interdipendenza, o "origine dipendente", è un concetto buddista secondo cui tutta la vita è in costante relazione reciproca: niente è isolato e indipendente dalle altre forme di vita. «[...] Nessun essere o fenomeno esiste di per sé, ma solo in relazione ad altri esseri o fenomeni: ogni cosa nel mondo viene alla luce in risposta a determinate cause e condizioni. Non esiste nulla che sia assolutamente indipendente da tutto il resto o che compaia per sua volontà. [...] Andando più nello specifico, il Buddismo insegna che le nostre esistenze sono in un costante e dinamico sviluppo basato su una sinergia tra cause interne alla nostra stessa vita (la personalità, le esperienze, la visione del mondo e così via) e le situazioni esterne a noi. Inoltre, ogni singola vita contribuisce a creare l'ambiente che sostiene tutte le altre. Dunque, in virtù di questa natura relazionale, ogni fenomeno forma insieme a tutti gli altri quell'unica entità vivente che chiamiamo universo.
Nel momento in cui diventiamo consapevoli degli indissolubili legami che ci connettono a tutte le altre esistenze, comprendiamo anche che la nostra vita ha significato solo in relazione a esse. E che solo all'interno di tale relazione si sviluppa, si forma e si esalta la nostra identità. Comprendiamo allora che è impossibile costruire la nostra felicità sull'infelicità degli altri e che ogni nostra azione influisce sul mondo intorno a noi. [...]
Se riusciamo prima di tutto a percepire e quindi a comprendere il concetto che "questo esiste a causa di quello" o, in altri termini, che "grazie a quella persona io posso svilupparmi", allora riusciremo a evitare di sperimentare inutili conflitti nei rapporti umani. Ogni singola esistenza "è" in relazione con tutte le altre: chi riesce a comprendere questo principio può trasformare ogni cosa, positiva o negativa, in uno stimolo per una ulteriore crescita personale. [...]»
(tratto da "Interdipendenza: tutto è collegato", Il Nuovo Rinascimento 576, 1 marzo 2016, editore "Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai)

Se c'è un problema, qualunque esso sia, anche di una persona sconosciuta che vive da un'altra parte del mondo, quel problema è connesso a noi, ne facciamo parte; questo è ancor più vero e più facile da cogliere per ciò che ci riguarda da vicino, per ciò che tocca il nostro microcosmo e il nostro mondo interiore.
Non possiamo prescindere dall'altro o dall'altra. Non possiamo separarci né da noi stessi, rifiutando una parte di noi, né dagli altri, rifiutando una parte di loro. Separazioni e divisioni provocano rabbia, malessere, incomprensioni, sofferenza, odio, guerra, deumanizzazione dei presunti nemici. Sentirci uniti a tutto, anche alle cose più brutte di questo mondo, sentire veramente che è già tutto dentro di noi, dà pace interiore e possibilità di azione, perché se tutto fa parte di noi, allora agendo su di noi possiamo agire su tutto. Anche quando le cose non sono come vorremmo, con questa comprensione della vita non c'è più niente da rinnegare o qualcuno da colpevolizzare, i giudizi disprezzevoli e altezzosi se ne vanno e non rimane altro che la voglia di togliere sofferenza e di dare felicità: questo desiderio si chiama Compassione, nel senso più ugualitario e buddista del termine, completamente scevro da ogni sfumatura di pietismo o di velata superiorità. Noi siamo come gli altri, gli altri come noi. Chi fa del male agli altri, lo sta facendo innanzitutto a se stesso; ugualmente per il bene. Questa visione della vita è carica di speranza e di possibilità di influire positivamente sulle sorti di tutti. Da questa prospettiva, rabbia e arroganza perdono il loro potere di avvelenare la vita: tutti i demoni interiori, pian piano, escono dal buio e si incamminano verso la luce, mettendosi al servizio della felicità e indirizzando positivamente le relazioni umane. Tutto il bene e tutto il male di questo mondo coesistono dentro di noi: così come siamo, con le nostre caratteristiche che ci rendono unici, speciali, non ripetibili, possiamo scegliere cosa tirar fuori dalla nostra vita.

Aver meditato su tutto ciò, e averlo sentito nel quotidiano, mi ha spinto a scrivere questa poesia:

Puntare il dito

Puntare il dito
è il veleno della rabbia,
fa ammalare,
ci mette in gabbia.

Guarda bene...

Sei parte del problema,
nessuno puoi additare;
contribuisci alla soluzione,
questo puoi fare!

Torti e ragioni
non servono alla Pace:
se ascolti Compassione,
il resto tace.

Nell'interdipendenza,
da te nulla prescinde,
non c'è problema
da cui il Sé si scinde...

Stai ascoltando...

Voci del mondo
stai ascoltando...

Voci di sofferenza
stai accogliendo...

Ora offri preghiere,
e regali bontà,
tu sei la Pace
che ovunque andrà.

Nam-myoho-renge-kyo! (*)

Grazie!

(*) cfr. "Il Buddismo di Nichiren Daishonin", http://www.sgi-italia.org/buddismo/BuddismoFede.php

Questa e altre mie poesie si trovano su www.galgani.it. Seguono due citazioni di un libro a me caro, di Giuseppe Cloza:

«[...] La ricerca spirituale dovrebbe andare al di là dell'io razionale, che è come la punta dell'iceberg del vastissimo mondo interiore: se ne scorge solo una piccolissima parte. Ma la cultura moderna privilegia ormai da tempo la punta dell'iceberg, trascurandone l'immensa base in profondità. E, via via che la società progredisce, un senso di disagio sembra scorrere al di sotto, come un fastidioso fruscio: manca qualcosa. "Purtroppo l'umanità contemporanea soffre di indolenza dell'anima. La gente non è pronta a impegnarsi nella dimensione spirituale della vita", scrive Daisaku Ikeda. In particolare, i paesi industrializzati sembrano aver privilegiato la crescita economica, tecnologica, scientifica. Ma forse dimenticando per strada la "crescita umana", lo sviluppo interiore dell'anima, dello spirito, dell'energia vitale, della speranza. Non sembra un caso che fenomeni come stress, esaurimento, ansia, senso di inadeguatezza e depressione siano in aumento. [...]»
(tratto da "Felicità in questo mondo", editore "Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai", anno 2001, pag. 34, ISBN 88-88155-03-1)

«[...] Ampliando il concetto fino ai tremila mondi, si può dire che il cambio di tonalità interiore genera un mutamento anche nell'ambiente circostante. Infatti l'individuo è collegato al suo ambiente: è inseparabile, come la cellula di un organismo più complesso. Tornando ai tre ambienti visti prima, l'essere umano è parte dell'"organismo" famiglia, luogo di lavoro, società... In tutti questi ambienti avviene un interscambio paragonabile a quanto visto per il rapporto corpo-mente. A un livello più esteso, anche la Terra può essere considerata un organismo complesso con la sua rete di equilibri e influenze fra "cose" ed esseri viventi.
La convinzione illusoria della specie umana di essere in qualche modo indipendente e separata dal tutto (se non addirittura superiore, privilegiata, "eletta") è ciò che l'ha portata a comportarsi spesso come un'arrogante cellula cancerogena, che aggredisce e distrugge lo stesso organismo in cui vive. Sia esso la famiglia o il pianeta intero.
Quindi, come già affermato prima, secondo il Buddismo tutto è collegato. Ognuno di noi ha un suo preciso ambiente (il sé, gli altri, le cose), in cui agiscono i mille mondi. L'influenza reciproca fra noi e l'ambiente dipende dallo stato vitale: possiamo essere schiacciati dalle circostanze, trovarci in perenne conflitto, farci guidare passivamente dalle situazioni. Oppure, decidere noi la direzione. Attivando la Legge universale di Nam-myoho-renge-kyo, ognuno può esercitare un'influenza positiva su se stesso e ciò che lo circonda. Questa è la "rivoluzione umana" dei tremila mondi.
"La vita assomiglia al vibrare delle note. E l'individuo a uno strumento a corde", scriveva Beethoven nel suo diario. Se l'individuo non ha l'intonazione giusta, non può risonare con ciò che lo circonda. Anzi, la sua dissonanza "disturba l'armonia che si ode in un coro ben intonato".
Se Nam-myoho-renge-kyo è il vibrare della vita possiamo metterci in armonia con questo coro intonato. [...]»

(tratto da "Felicità in questo mondo", editore "Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai", anno 2001, pagg. 54-55, ISBN 88-88155-03-1)

Sul tema della rabbia, si è espresso anche Thich Nhat Hanh, monaco zen, nel libro "Spegni il fuoco della rabbia - Governare le emozioni, vivere il nirvana", condividendo l'assunto fondamentale che è tutto dentro di noi, tutto dipende da noi, tutti siamo collegati in una fitta rete d'interdipendenza. Come egli ha scritto nell'introduzione, la condizione essenziale per la felicità è la libertà; non tanto la libertà politica quanto piuttosto la libertà dai veleni della rabbia, della disperazione, della gelosia e dell'illusione. Finché questi veleni rimangono nel nostro cuore, non è possibile alcuna felicità.

Buona vita a tutti,
Francesco Galgani,
15 marzo 2016

 

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