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Come costruire società e istituzioni nonviolente

Ultimo aggiornamento: 21 Agosto 2015

Johan Galtung, importante esperto mondiale di studi per la pace, nel breve video seguente parla dei punti chiave per la risoluzione pacifica dei conflitti, tra cui rientra la creatività come ingrediente di base per la ricerca di soluzioni vantaggiose per tutti:

Johan Galtung ha fondato nel 1959 l'International Peace Research Institute di Oslo, è stato professore di ricerca sulla pace e i conflitti all'Università di Oslo e professore onorario nelle università di Berlino, Alicante e Princeton. Consulente dell’ONU, nel 1987 è stato insignito del "Right Livelihood Award", o "Premio Nobel per la Pace Alternativo", per la sua opera di educatore agli studi sulla pace. Dirige Transcend, rete di ricerca e azione per la pace ed è rettore della Transcend Peace University. 

E' possibile approfondire il suo pensiero in libri come:

Altri suoi libri in italiano, purtroppo, sono attualmente fuori commercio, forse disponibili in qualche biblioteca. Alla pagina "Johan Galtung. Scienziato della pace", in calce, è riportata una lista di suoi libri in italiano. Su Peacelink è disponibile un articolo: «Il contributo di Johan Galtung alla teoria ed alla pratica della pace e della nonviolenza».

Galtung applica il concetto della nonviolenza anche alla salute e alla medicina. Il seguente video di otto minuti, in cui parlano Alessandro Pizzoccaro e Johan Galtung, espone un approccio alla salute nonviolento:

L'articolo che ho riportato qui in calce, dell'8 ottobre 2010, è tratto dall'archivio "Informazioni per la stampa", dell'Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.
Credo che sia una lettura che possa far riflettere non soltanto a livello di relazioni tra popoli, ma anche di relazioni interpersonali.

Buona vita nonviolenta,
Francesco Galgani,
20 agosto 2015

Come costruire società e istituzioni nonviolente
http://www.sgi-italia.org/press/Notizie.php?id=403

Un convegno a Torino organizzato dal Centro Studi Sereno Regis per celebrare Johan Galtung, il noto e autorevole studioso di Peace Research di origine norvegese, e i suoi ottanta anni di ricerca, educazione e azione per la pace

08/10/2010: Un’occasione unica quella di poter seguire Johan Galtung per una intera giornata sul suo “elicottero intellettuale” da dove il mondo si vede con occhi nuovi. Le solite categorie si sfaldano e lasciano il posto ad altre configurazioni e ragionamenti. «È il mio modo di lavorare. Quando sono sul mio elicottero intellettuale acquisisco uno sguardo transdisciplinare e transnazionale. Visti dall’alto, i confini tra le università sono irrilevanti come anche i confini tra i territori nazionali». E così, davanti ai (purtroppo) pochi fortunati partecipanti al convegno, Galtung parla di pace, democrazia, conflitti e nonviolenza dipingendo paesaggi piacevolmente insoliti per sensi troppo abituati alla brutta politica, delineando prospettive non pensate, incredibilmente convincenti e benefiche.
Riportiamo alcuni punti salienti che lo studioso ha affrontato nella trattazione principale e nelle numerose risposte alle domande che gli sono state rivolte nell’intera giornata, riproducendo il discorso in prima persona.

Una trattazione più ampia sarà pubblicata prossimamente sulla rivista Buddismo e società e anche su questo sito, con ulteriori approfondimenti inediti.

Un mondo che cambia
Sono molto contento: a ottant’anni anni sento di essere arrivato, di aver avuto alcuni successi politici, ma più che in occidente nei paesi arabi, in America latina, Africa, Asia orientale e Cina. Perché? Io sono nato occidentale e lo sono anche, relativamente, ma il mondo è diviso.
Il nostro mondo ha avuto pensatori come Hobbes e Kant, in oriente la pensano in maniera differente [Kant nel Saggio per la pace perpetua dice che lo stato di pace fra esseri umani che vivono a fianco non è lo stato naturale, e anche quando non ci sono ostilità reali ce ne è sicuramente la minaccia. Ciò vuol dire che perché ci possa essere socialità è necessario che lo stato di pace venga istituito n.d.r.].
I cinesi per esempio hanno un principio di pace che dice esattamente il contrario di ciò che dice Kant. Dicono che la pace si ottiene attraverso una “cooperazione con beneficio mutuo e uguale”. Mutualità, uguaglianza, cooperazione.
L’occidente, il capitalismo, ha scoperto molto bene il beneficio mutuo ma non quello uguale. E nella letteratura della scienza economica su parole come equità e uguaglianza non c’è quasi niente, e questo è il punto debole.
Ma stiamo vivendo una situazione interessante: un mondo che cambia.
Assistiamo alla caduta dell’impero degli Stati Uniti e alla regionalizzazione del mondo, con l’emergere di tre regioni di stati nascenti.
1. La regione degli Stati uniti dell’America latina e dei Caraibi, in tutto trentacinque paesi. Non stanno domandando nessuna autorizzazione agli Stati Uniti ma neppure rappresentano per loro una minaccia perché non cercano alcun dominio sugli Usa ma uguaglianza, una “cooperazione con beneficio mutuo e uguale”. Questa cosa non è mai stata nelle intenzioni di Washington.
2. Lo stato nascente della regione islamica: dal Marocco alle Filippine, cinquantasette paesi, compresi quasi duecento milioni di musulmani in India. E qui c’è una delle difficoltà fondamentali del mondo che sta nascendo: da occidente a oriente abbiamo 1560 milioni di musulmani, e dal nord del Nepal al nord di Sri Lanka 1200 milioni di indù. Non c’è quasi nessuno che pensa a questo. C’è molto da lavorare.
3. La regione dell’Asia orientale. Questa regione in un certo senso già esiste: è la SCO (Shangai Cooperation Organization, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, un’alleanza economico sociale con un fondamento militare dove i soci sono sei, Cina, Russia e quattro paesi dell’Asia centrale), più gli osservatori e un gruppo di paesi in dialogo con loro tra cui India, Pakistan, Iran, Mongolia, Sri Lanka. È molto interessante osservare che nella stampa occidentale non c’è nessun commento perché non sanno che dire, non hanno ricevuto istruzioni da Washington.
È possibile che nasceranno delle United Regions, e già ne possiamo vedere i primi passi. Infatti, queste regioni che già esistono e le tre regioni in stato nascente, si cercano.
È un mondo interessante, che sta cercando anche un’altra una cosa: come si fa la pace positiva, e la pace in generale.

Un territorio che si chiama pace
Dopo sessanta anni di ricerca, nel viaggio virtuale con mio elicottero intellettuale vedo un territorio che si chiama pace che si divide in: passato, presente e futuro.
1. Passato. Il problema sono le esperienze traumatiche di paesi, gruppi e persone feriti. Il metodo si chiama conciliazione.
2. Presente. Il problema è il conflitto e il metodo è mediazione. La definizione di “conflitto” è stato sempre per me il problema principale, soprattutto nei paesi dove predomina il modo di pensare anglo-americano che quasi non fa distinzione tra conflitto e violenza. In questo caso equiparare le due parole è un crimine intellettuale: se lo fai perdi una possibilità, per cui il problema non è più risolvere conflitto ma eliminare la violenza, per la quale cosa ci vuole forza, sempre più forza.
Il conflitto è un’incompatibilità di obiettivi, di scopi, e pertanto è un problema, ma abbiamo una piccola cosa (il cervello) che funziona relativamente bene: si tratta di avere la motivazione del cuore per utilizzare bene il cervello.
3 Futuro. L’obiettivo è sviluppare con creatività nuovi legami con beneficio mutuo e uguale. Qui fa il suo ingresso il ricercatore di pace, e la sua carta d’entrata sono idee concrete, costruttive e creative. Creatività costruttiva. Le parti in causa chiedono la teoria, tu non incominci mai con la teoria ma con la conclusione, con il futuro costruttivo che prende forma da una domanda “come è il futuro dove vorresti vivere?”.

Orizzonti più ricchi
Quindi: abbiamo tre regioni e abbiamo tre momenti, passato, presente futuro. Abbiamo la carta d’entrata del ricercatore di pace: idee concrete e costruttive in forma condizionale.
Alcuni si interessano di guardare le cose da questa prospettiva, altri si interessano di preservare il dominio utilizzando mezzi militari. Ma per fare un mondo migliore dobbiamo sviluppare forze che vanno in senso contrario, considerando che in questo ambito agiscono le energie più profonde: la cultura profonda e la struttura profonda.
L’idea di uguaglianza, di equità, è un’idea strutturale e anche un’idea culturale. Credo che Kant, un uomo con cervello magnifico che ha detto cose molto importanti per la cultura occidentale, abbia fatto uno sbaglio: non ha potuto capire e criticare la cultura profonda occidentale, essendone lui stesso una parte; non avendo potuto dialogare con il taoismo, il buddismo, con la logica indiana delle quattro negazioni (tetralemma), non ha potuto vedere come si possono aprire orizzonti molto più ricchi.

Sicurezza non è pace
La disciplina accademica di studi sulla “sicurezza” è molto lontana dall’idea di pace. Direi piuttosto che è l’istituzionalizzazione accademica della paranoia. Naturalmente, se hai oppresso per secoli la paranoia non è completamente irrazionale, ci sono forze che spingono alla vendetta, ma la relazione causale non incomincia da lì.
La filosofia della sicurezza si basa su quattro punti essenziali:
1. in un angolo del mondo c’è in un nemico cattivo che si nasconde;
2. il nemico esce solo quando ha la possibilità di nuocere, visto che la sua natura è la cattiveria;
3. il rimedio è essere forti, perché il nemico ha rispetto solo per la forza; la deterrenza è la minaccia della forza, ma se questa non basta c’è sempre la possibilità di eliminare l’altro usandola;
4. in compenso si riceve la sicurezza come regalo.
Per quanto ho potuto vedere, questa è la filosofia dominante dei poteri occidentali.
Ma c’è una filosofia opposta, sempre in quattro punti:
1. in un angolo del mondo c’è un conflitto durissimo, cioè un’incompatibilità;
2. questa incompatibilità porta frustrazione e quindi aggressività: io non posso fare quello che desidero perché c’è un altro che me lo impedisce;
3. punto ottimista: risolvere il conflitto, non con forza militare ma con forza del cuore e del cervello; con un dialogo tra le parti;
4. se tu fai tutto questo bene arriva un regalo che si chiama pace.
Dovremmo trasformare il consiglio di sicurezza dell’ONU in un consiglio di pace, o, come già hanno gli africani, in un consiglio di pace e sicurezza, e sarebbe già un buon inizio.

Ancora dall’elicottero intellettuale
Guardo ancora dal mio elicottero e vedo un edificio con cinque livelli.
Al livello più visibile ci sono le guerre dei governi.
Al livello immediatamente inferiore c’è la continuazione della guerra contro un non-governo (conflitto asimmetrico). Ci sono mezzi sofisticatissimi di cui si servono i governi e dall’altra parte dotazioni relativamente semplici.
Al terzo livello c’è la continuazione della guerra con mezzi verbali. Negoziazioni diplomatiche, qui la battaglia si fa con gli argomenti e coi dibattiti, ma si tratta sempre di vincere, e si pensa in generale: chi ha gli argomenti più forti vincerà.
Al quarto livello c’è la continuazione della guerra con mezzi nonviolenti. Anche se è la migliore tra le alternative che stanno sopra, il problema è che anche questa riflette lo schema del conflitto dove gli attori principali sono due, due come nelle guerre. C’è soprattutto l’idea di vincere con la capitolazione dell’altro. Anche se con mezzi nonviolenti, con il cambiamento del cuore, ci sono sempre due parti, e se una vince l’altra perde.
L’ultimo livello, il quinto, molto legato al quarto nonviolento, è quello della soluzione creativa dei conflitti. Lasciare parlare tutti gli attori, che sono più di due (il due è un’astrazione). Dare voce a tutti. Udire gli argomenti, i sogni: «come vedo io una realtà dove io possa vivere», fare questa specie di salto. Non fare una sintesi, ma trovare una trascendenza a un livello superiore.

(a cura di Marina Marrazzi)

 

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