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Referendum Brexit: un esempio delle conseguenze sociali e politiche della bolla-filtro (filter bubble) dei social network, dei motori di ricerca, dei giornali e altri spazi online

Ultimo aggiornamento: 18 Luglio 2016

In questa pagina vedremo come Facebook e gli altri social minino alle fondamenta della democrazia, influendo persino sul destino storico di una nazione, con specifico riferimento al referendum del 23 giugno 2016 sulla permanenza del Regno Unito nell'Unione Europea (Brexit). Prima, però, vorrei iniziare con questa citazione:

«Pensavamo che la segretezza fosse forse il peggior nemico della democrazia e fino  a quando non c'erano repressioni o censura, potevamo credere che le persone prendessero delle decisioni ragionate che mantenessero le nostre società libere, ma negli ultimi anni abbiamo imparato che le tecniche di disinformazione e depistaggio sono diventate cosí sofisticate che, anche in una società aperta, un flusso di informazioni sapientemente guidato puó sopraffare la verità, anche se la verità è la fuori, incensurata, quietamente disponibile per tutti coloro che sanno trovarla».
(Daniel Dennett)

Per chi sa non cosa sia la "bolla filtro". o "gabbia di filtri" ("filter bubble"), nel paragrafo seguente riporto una citazione di parte della sez. 1.5.1 di "L'Era della Persuasione Tecnologia ed Educazione all'Uso della Tecnologia", integrato con alcune note; i riferimenti bibliografici sono reperibili sul testo originario (liberamente consultabile). Segue poi un articolo Tom Steinberg del 27 giugno 2016, intitolato "Defined by the Filter Bubble" e tradotto per Megachip a cura di Giampiero Obiso.


Filter bubble«[...] A volte la linea di demarcazione tra persuasione e coercizione, tra eticamente lecito e illecito, è molto difficile da identificare, soprattutto quando l'utente non è consapevole di quanto sta avvenendo. Ad esempio, si considerino due maniere diverse di ottenere dati sull'utente: una maniera esplicita è quella di “obbligare” l'utente a fornire dati su se stesso per accedere a determinati contenuti o servizi “gratuiti”, un modo invece più subdolo è quello di raccogliere dati sull'utente senza informarlo, ad es. facendo un tracciamento molto preciso di ogni sua attività online (siti visitati, link cliccati, tempo di permanenza, dispositivi utilizzati, orari, localizzazione, ecc.). Si supponga che in entrambi i casi lo scopo della raccolta dei dati sia quello di mostrare pubblicità mirate, di personalizzare il servizio e di rivendere a terzi i dati raccolti: nel primo caso l'utente ha comunque una possibilità di scelta, come quella di non accedere al servizio pur di tutelare la propria privacy, nel secondo caso è completamente disarmato. Purtroppo il secondo caso riguarda ormai tutti gli utenti di Internet, la cui vita online è costantemente monitorata da sistemi di tracking “invisibili”, presenti nella maggior parte dei siti web e gestiti da compagnie esterne ai siti web in questione. La maggior parte dei siti web (ormai praticamente tutti, fatte salve rare e lodevoli eccezioni, come “Wikipedia” (www.wikipedia.org), “DuckDuckGo” (duckduckgo.com), “Startpage” (startpage.com) e “Tor Project” (www.torproject.org), per citarne alcune) lascia traccie nei dispositivi dell'utente per conto terzi (ad es. Google o Facebook), i quali, mettendo insieme queste traccie e incrociandole con altri dati, ricostruiscono tutta l'attività online dell'utente e creano profili molto dettagliati su chi è, su quali sono i suoi pensieri, le sue preferenze, i suoi comportamenti (Eckersley, 2009). Questo tracciamento è attuato non soltanto per pubblicità mirate, ma anche per scopi di sorveglianza, come mostrato da un rapporto del Washington Post (Soltani et al., 2013) e dallo scandalo Datagate (Galgani, 2015d, l). Inoltre, la personalizzazione su misura, ottenuta con questa continua raccolta di dati non richiesta e non esplicitamente dichiarata, obbliga l'utente ad una sorta di filter bubble (gabbia di filtri), così come descritto da Eli Pariser (Pariser, 2011; TED, 2011), con tutte le implicazioni etiche e pratiche conseguenti: nel loro tentativo di fornire servizi su misura (insieme a notizie e risultati di ricerca), le web companies (con riferimento non solo a Google e Facebook, ma praticamente ad ogni social network e sito web che applichi tecniche di personalizzazione) fanno correre il rischio agli utenti di rimanere intrappolati in una “gabbia di filtri” che ostacola l'accesso a informazioni che potrebbero essere soggettivamente stimolanti e/o utili per allargare la visione del mondo. Dietro la personalizzazione, ci sono algoritmi che decidono cosa ogni persona può vedere e cosa no, escludendo ad esempio la visualizzazione di certi tipi di notizie o di messaggi. Da notare, a questo proposito, che i risultati mostrati da un motore di ricerca nella prima pagina di solito sono gli unici considerati dalla quasi totalità degli utenti (91,5%), quindi l'ordine in cui un motore di ricerca mostra i risultati è decisivo nell'indirizzare gli utenti verso certi tipi di contenuti piuttosto che altri (Chitika, 2013): questo aspetto si somma a quello dell'esclusione vera e propria di certi contenuti dai risultati. Si tratta di un fenomeno in espansione, con conseguenze serie e negative per le persone e per la democrazia. Questa “gabbia”, o “bolla”, è un micromondo nel quale l'utente di Internet si ritrova inconsapevolmente inserito, che diviene via via sempre più ristretto, impedendogli di vedere ciò che va oltre le proprie preferenze politiche, religiose, culinarie, sportive... o di qualunque altro genere (Dewey, 2015). Dal punto di vista della captologia, la “personalizzazione su misura” è sicuramente molto persuasiva (cfr. sez. 2.1.2), ma fatta in questo modo può scivolare nella coercizione e nell'inganno (si pensi a chi facendo ricerche su Google non vedrà mai comparire notizie e articoli su un determinato tema, che invece, a parità dei termini di ricerca inseriti, sono mostrati da Google ad altre persone): in questo modo, le persone possono diventare focalizzate su interessi molto piccoli, senza incontrare punti di vista disconfermanti e senza fare esperienza di quella dissonanza cognitiva che può contribuire a cambiare i propri pensieri, atteggiamenti o comportamenti (Lockton, 2012).  [...]» (tratto da "L'Era della Persuasione Tecnologia ed Educazione all'Uso della Tecnologia", par. 1.5.1 integrato con alcune note)


Facebook e dintorni. Noi, i confinati dalla 'Bolla-Filtro'

Zuckerberg, Dorsey ed altri giganti dei social media saranno ricordati non per il loro successo negli affari, ma per il modo in cui saranno riusciti a gestire il problema della "bolla-filtro"
 
 
Nel 2011, il noto ed esperto attivista digitale Eli Pariser pubblicava il libro "Il filtro: quello che Internet ci nasconde" (edito in Italia nel 2012 da Il Saggiatore, NdT). Nel suo libro, poneva una questione: a mano a mano che i media che noi utilizziamo diventano sempre più personalizzati sui nostri gusti e sui nostri desideri, siamo sempre meno esposti a persone e idee con cui siamo in disaccordo. Il risultato è un indebolimento dei vincoli che tengono le nostre società tollerabilmente connesse, ed una diminuzione della nostra capacità di affrontare insieme sfide che potrebbero richiedere la nostra disponibilità a raggiungere un compromesso di qualche tipo con altri con cui non siamo soliti essere d'accordo. Pariser ha definito questo problema la "bolla-filtro".
Il libro di Eli Pariser è stato ormai pubblicato diversi anni fa, e molti lettori di questo articolo sbufferanno all'idea di un'altra ripresa dello stesso tema. Ma noi viviamo nell'era del Brexit e di Donald Trump, il che ha dato alla questione, probabilmente, una certa visceralità di cui forse essa mancava appena sei mesi fa.
 
Una prospettiva britannica
Io vivo nel Regno Unito, e nel caso voi abbiate vissuto dormendo in una caverna recentemente, il mese scorso il 52 per cento dei miei compatrioti ha votato per abbandonare l'Unione Europea.
Per quelli di noi che vivono queste isole, gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da una guerra mediatica particolarmente intensa, persino rispetto ai normali standard elettorali. Attraverso questo conflitto, tuttavia, la "bolla-filtro" di Pariser si è mostrata chiaramente nella sua azione, e prima del voto ho avuto modo di avere numerose conversazioni con persone che esprimevano la loro preoccupazione sul fatto che i feeds dei loro social media facevano arrivare così poche informazioni a proposito degli argomenti e dei punti di vista della fazione opposta a quella di cui sostenevano la posizione.
Il giorno successivo alla proclamazione dei risultati del referendum, ho deciso di mettere in moto Facebook e di usarlo per andare attivamente a caccia, al di fuori dei miei consueti social network, per vedere cosa stessero dicendo i vincitori: volevo assistere alle loro celebrazioni, vedere cosa li rendeva felici. Quello che ho visto mi ha portato a scrivere quanto segue:
 
 
Traduzione: 
Un appello a chiunque io conosca che lavori a Twitter, Facebook, Google ecc., e alle persone che possano avere influenza su di loro.
Sto attivamente cercando, attraverso Facebook, persone che stiano festeggiando la vittoria al referendum sul Brexit, ma la bolla-filtro è COSI' FORTE, e COSI' ESTESA in cose come gli algoritmi di ricerca di Facebook, che io non riesco a trovare nessuno che sia felice a dispetto del fatto che più della metà del Paese è oggi ovviamente in festa e nonostante il fatto che io stia attivamente cercando di sapere quello che essi stanno dicendo in questo momento.
Questo problema è così grave e così cronicizzato che io posso solo pregare ogni mio amico che al momento lavori per Facebook o per altri importanti social media e imprese tecnologiche, affinché si rivolga ai propri capi e dica loro che non agire ora su questo problema equivale a sostenere e supportare la distruzione delle fondamenta delle nostre società. La circostanza che tali persone non appaiano come dei terroristi, o degli anarchici - e che essi non stiano partecipando deliberatamente a questa distruzione - non è una scusa. L'effetto è identico, e noi stiamo vivendo in paesi in cui una metà della popolazione non sa semplicemente più nulla di nulla dell'altra.
È nella possibilità di persone come Mark Zuckerberg fare qualcosa al riguardo, se saranno abbastanza forti ed abbastanza saggi da rinunciare a una piccolissima parte del valore del loro capitale azionario a favore del benessere di intere nazioni e del mondo nel suo complesso.
 
Ora, io non sono esattamente un pesce grosso sui social media, ma questo solo tweet ha raccolto più di 800mila reazioni, fino ad ora. Ha chiaramente avuto una grande risonanza. La maggior parte delle reazioni sono state a sostegno della mia posizione, sebbene alcuni commenti siano stati ragionevolmente critici sulle mie abilità di utilizzo delle funzionalità di ricerca di Facebook (per rispondere a questo ho pubblicato a parte un altro post sulle mie modalità di ricerca perché non è questo il problema in discussione qui).
Mentre meditavo sulla curiosa diffusione di questa mia idea, nel fine settimana, un pensiero mi ha attraversato la mente: se la ricerca, nei prossimi dieci anni, potesse mostrare concretamente che esiste un legame tra la bolla-filtro dei social media e il comportamento politico dei loro utilizzatori (e probabilmente siamo agli albori di questo tipo di analisi), ciò potrebbe avere enormi conseguenze sulla reputazione a lungo termine delle figure di spicco del mondo dei social media. La bolla-filtro potrebbe, di fatto, diventare un elemento di importanza fondamentale nel definire l'eredità storica delle superstar della Silicon Valley.
 
Eredità storica
Generalmente io ritengo che i leader del mondo della tecnologia aspirino a essere ricordati come persone che sono riuscite a sviluppare e a far crescere tecnologie che hanno indiscutibilmente rappresentato un brillante fattore di progresso per l'umanità. Essi sperano di essere ricordati insieme ad Edison (lampadine elettriche), Fleming (penicillina), Marconi (radio).
Ma c'è sempre un pericolo di fondo, quando si è protagonisti di un'epopea di successo negli affari. Il pericolo è quello che, invece di ritrovarsi vicini ad Edison, si finisca per essere ricordati insieme ad Alfred Nobel (dinamite), o Othmar Zeidler (DDT), o Thomas Midfley (gas CFC), cioè come persone che sinceramente, e onestamente, pensavano di portare grandi cose alll'umanità, ma il cui lascito si è rivelato in modo inimmaginabile molto più oscuro di quanto osassero sperare.
Ora, io non so fino a che punto la bolla-filtro abbia contribuito all'esito del voto nel Regno Unito in occasione del referendum - spero che qualcuno più abile del sottoscritto abbia la possibilità di fare una seria ricerca con dati che possano collaudare tale ipotesi - ma io di certo vedo un mondo che tende sempre più a polarizzarsi e a fare a pezzi se stesso su centinaia di fronti diversi. E sì, è facile sostenere che si tratti semplicemente di cambiamenti nell'economia, o di una tendenza religiosa contro un'altra, o di conflitti per la terra o per l'acqua, così come è altrettanto facile sostenere che sia stupido il solo suggerire che le aziende che possiedono i social media possano avere un grande impatto quando sono in gioco fattori che hanno un così alto potere di coinvolgimento e motivazione.
Ma se voi lavorate per un'azienda che gestisce un social media, o siete dei suoi azionisti, non dovreste usare queste ovvie verità come una scusa per non far nulla riguardo il problema della bolla-filtro. Perché è vero che forse voi non potete fare nulla per risolvere i conflitti territoriali, le dispute sull'acqua, gli effetti delle crisi economiche, ma potete fare qualcosa per questo problema; rientra nelle vostre possibilità. Voi potete studiare e testare metodi per esporre le persone a flussi di informazione con cui non siano in piena sintonia fino al punto in cui sia possibile stabilire una modalità che non comporti che i vostri utenti non vogliano abbandonare le vostre piattaforme a frotte. Voi potete condividere le vostre informazioni relative allo stato del problema della bolla-filtro in modo trasparente ed aperto con la comunità della ricerca e della tecnologia, in modo che noi possiamo provare a sviluppare delle soluzioni insieme. E sì, da conversazioni che ho avuto con persone che operano nel settore dei social media ho potuto apprendere che le questioni tecniche attorno a questo problema sono molto complesse, ci arrivo anch'io a comprenderlo. Ma queste difficoltà tecniche non vi hanno mai spaventato, fino ad oggi, quindi perché dovreste iniziare oggi ad avere paura di affrontarle?
"Una casa in cui regna la divisione non può sopravvivere", disse Abramo Lincoln. Gli uomini che dirigono le aziende che gestiscono i social media oggi hanno un potere maggiore, sulle divisioni che regnano sulle nostre comunità, di chiunque altro. Io spero che capiscano che il nostro destino ed il nostro lascito alle generazioni future dipendono dalle azioni che si prenderanno ora.
 
Nota conclusiva: potreste trovare strano che io non abbia raccolto ed organizzato, qui, una serie di prove a dimostrazione dell'esistenza della bolla-filtro, e del fatto che essa rappresenti veramente un tale problema. Il motivo della mia omissione è che io credo che lo staff delle grandi compagnie dei social media conosca perfettamente il problema nei termini più precisi ed accurati di chiunque altro non faccia parte della loro comunità. La questione non è se conoscano il problema, la questione è se intendano agire per affrontarlo.
 
 

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