A volte sento persone che si interrogano sul senso dello scrivere, e in particolare del mio scrivere in questo blog o del loro scrivere sui social. Tante volte mi sono sentito dire qualcosa del tipo: "Devi essere più sintetico, la gente non ha tempo per leggere e si stanca subito". Oppure: "Non convincerai mai nessuno". L'osservazione più interessante, comunque, che non era riferita a me ma a un discorso più generale, è stata questa: "«[...] Far capire agli altri sembra insormontabile. Oppure, è a causa di quel caro principio di libertà che si ha come paura di condizionare e persuadere il prossimo? [...]»". Sempre su questi temi, c'è anche chi si è posto il problema di come fare "marketing" di ciò che scrivo, nel senso di diffonderlo.
Onestamente, mi sembrano falsi problemi. Siamo tutti interconnessi, condizionati, condizionabili e condizionanti, volenti o nolenti. Le idee sono come un immenso oceano, e le nostre menti, e le nostre stesse esistenze, sono le bolle della schiuma dell'oceano che si infrange sulle rive. Non c'è bisogno di fare propaganda, e spesso non c'è neanche bisogno di parlare. Spesso basta la direzione del proprio cuore.
«La sfortuna viene dalla bocca e ci rovina, la fortuna viene dal cuore e ci fa onore»
Nichiren Daishonin, Gosho di Capodanno
«Una persona quando nasce ha un'ascia in bocca, e se dice parole malsane con quell'ascia si taglierà»
Budda Shakyamuni, The Sutta nipata
«Le conseguenze del karma negativo che creiamo con la bocca - per esempio con osservazioni sprezzanti, con discorsi diffamatori e con bugie - ci tornano indietro e possono causare la nostra rovina»
Daisaku Ikeda, Buddismo e Società n.168, 2015
Credo che convenga spostare il nostro focus su un'altra questione, costantemente rinnegata dal nostro mondo turbocapitalista e neoliberista. Ovvero:
Il mio bene è il tuo bene.
Il tuo bene è il mio bene.
Il mio male è il tuo male.
Il tuo male è il mio male.
Il bene che compio non è mai solo per me.
Il male che compio non è mai solo per me.
Il mio cuore non batte solo per me.
Amare significa "io sono qui per te".
"Sia che tu invochi il nome del Budda, che reciti il sutra o semplicemente offra fiori e incenso, tutte le tue azioni virtuose metteranno nella tua vita buone radici e benefici. Pratica la fede con questa convinzione."
Nichiren Daishonin, Il conseguimento della Buddità in questa esistenza
Credo che l'unica cultura che conti sia quella vissuta, non i discorsi. In questo senso, quando io parlo di cultura e di educazione, intendo la filosofia nel suo significato originario, ovvero l'applicazione concreta di quanto compreso attraverso l'esperienza e la riflessione, e l'etica che ne consegue.
La cultura è qualcosa che si vive, non qualcosa che si insegna o che si tenta di far capire ad altri. A ben vedere, tra l'altro, il verbo "insegnare" non ha significato: nessuno può insegnare qualcosa a qualcun altro, al massimo può "indicare".
Quanto ai condizionamenti e alle libertà, per me avrebbe senso discuterne se esistessero individui separati. Il concetto di "io" è solo un'astrazione utile per capirci nella vita quotidiana, ma a livello profondo non esiste. Non c'è un "io" e, sebbene esistano le azioni, non c'è un soggetto che le compie, se inteso come un'entità stabile, definibile in quanto esistente di per sé, con le sue caratteristiche. Se cerchiamo questo tipo di soggetto, non lo troviamo.
Scopriamo invece un'intricatissima rete di relazioni in costante mutamento, all'interno della quale possiamo dire che qualcosa di impermanente esiste soltanto in relazione a tutto il resto, e perché esiste tutto il resto. In termini pratici, "io" esisto perché esisti "tu", e viceversa, ma "io" e "tu", sebbene possano sembrarci oggettivi, in realtà sono soltanto idee intangibili come i sogni.
Questo vale sia a livello macroscopico che intrapsichico. La realtà mentale dell'essere umano, solitamente, è un groviglio di forze che fanno la guerra tra di loro. Questa è la mente, ma è anche ciò che intendiamo per mondo, che infatti è tanto agitato quanto le nostre menti. Sono rare le persone che hanno fatto così tanto lavoro su se stesse da avere una mente fatta di forze che vanno nella stessa direzione. Potremmo chiamare queste persone "maestri" e "maestre". Tuttavia, anche in questi casi rari, l'essere umano è e rimane un insieme mutevole di aggregati, non un'entità unica.
Questa visione delle cose è stata ampiamente sviluppata nel Madhyamaka, con il concetto di vacuità. Il filosofo di riferimento è Nagarjuna e il suo testo fondamentale è: "Le Strofe della Via di Mezzo" (Mūlamadhyamakakārikā).
Giusto per fare un esempio, la nostra mente è vacua:
«[...] Cosa significa myo (mistico)? È semplicemente la misteriosa natura della nostra vita di istante in istante, che la mente non riesce a comprendere e le parole non possono esprimere. Guardando la nostra mente in ogni singolo istante, non percepiamo né colore né forma per verificare che esiste. Eppure non possiamo nemmeno dire che non esiste, poiché molti pensieri differenti sorgono di continuo. Non possiamo né ritenere che la mente esista né che non esista. È una realtà inafferrabile che trascende sia le parole sia i concetti di esistenza e di non esistenza. Non è né esistenza né non esistenza, e tuttavia manifesta le proprietà di entrambe. È la mistica entità della Via di mezzo che è l’unica vera realtà. [...]».
Nichiren Daishonin, Il conseguimento della Buddità in questa esistenza
"Via di mezzo", in questo contesto, indica proprio ciò che si trova in mezzo tra l'esistenza e la non esistenza. Questo è il significato fondamentale di vacuità, cioè l'assenza di natura intrinseca di un qualsiasi ente, concetto, idea. Come noi ci raffiguriamo le cose dipende da cause, condizioni e convenzioni concettuali e linguistiche.
Ho citato Nagarjuna nel blog in varie occasioni. Prima ancora, avevo esposto concetti affini in una mia riflessione, in cui parlavo di "principio di contraddizione, di interdipendenza e di compresenza degli opposti". Per i lettori più attenti, voglio mettere in evidenza che ho proprio scritto "principio di contraddizione", e non "principio di non contraddizione", dal quale mi discosto fermamente.
Visto che sto equiparando mente e mondo, e che li considero entrambi tanto consistenti quanto i sogni, vorrei concludere con i primi versi del Dhammapada:
«Tutto ciò che siamo è generato dalla mente.
E’ la mente che traccia la strada.
Come la ruota del carro segue
l’impronta del bue che lo traina
così la sofferenza ci accompagna
quando sventatamente parliamo o agiamo
con mente impura.»
Dhammapada, Versi in coppia, Strofa 1
Pace e bene a tutti,
3 febbraio 2026