Più cresce la nostra fiducia nella tecnologia, più diminuisce la fiducia in noi stessi e negli altri. È questo il paradosso del nostro tempo. Ci convinciamo di essere più forti perché siamo circondati da strumenti sempre più potenti; in realtà, spesso diventiamo più fragili, più dipendenti, più insicuri, più soli. Demandiamo alle macchine il ricordo, l’orientamento, la scrittura, la scelta, la compagnia, perfino il giudizio. E così, mentre l’innovazione accelera, noi ci abituiamo lentamente a dubitare delle nostre facoltà interiori e del valore vivo della relazione umana.
Per questo oggi non basta celebrare l’innovazione. Dobbiamo interrogarla. Dobbiamo giudicarla. Dobbiamo chiederci che cosa sta facendo a noi, prima ancora di chiederci che cosa può fare per noi. La questione decisiva non è quanto una tecnologia sia avanzata, ma quale forma di umanità incoraggi. Una civiltà può moltiplicare all’infinito le proprie capacità tecniche e, nello stesso tempo, impoverire la propria vita morale, spirituale e relazionale. Può conoscere di più e comprendere di meno. Può connettere tutto e unire nessuno. Può rendere tutto più rapido, lasciandoci però più vuoti, più soli, più incapaci di sostenere il peso del vivere, comprimendo sempre di più il nostro libero arbitrio fino a darci la sensazione di vivere ammanettati dentro una gabbia stretta. Le tecnologie contemporanee ci privano sempre di più di quel “nutrimento essenziale” di cui abbiamo bisogno e che si trova soltanto all’interno di relazioni sane con noi stessi, con gli altri, con l’ambiente, all’interno di un contesto reale, cioè fisico, in cui la vicinanza e gli abbracci siano ciò che sono dalla notte dei tempi, e non una loro rappresentazione tramite smiley.
Ecco perché dobbiamo tornare alla distinzione essenziale tra conoscenza e saggezza. La conoscenza accumula dati, velocità, procedure, funzioni. La saggezza, invece, ci chiede per quale scopo viviamo, quale bene vogliamo custodire, quale limite non dobbiamo oltrepassare. La conoscenza ci mette in mano mezzi sempre più efficaci; la saggezza ci ricorda che non tutto ciò che possiamo fare merita di essere fatto. Senza questa priorità dell’etica, l’innovazione non diventa progresso, ma soltanto espansione di potenza. E la potenza, quando non è guidata da una visione del bene, finisce sempre per ritorcersi contro chi la usa.
Questo vale in modo particolare per l’intelligenza artificiale. Diciamo spesso che l’IA è “solo uno strumento”, ma questa formula è insufficiente e perlopiù ingannevole. Le tecnologie, IA compresa, non sono mai mezzi neutrali. Ogni tecnologia, nel momento in cui entra stabilmente nelle nostre vite, riorganizza il nostro modo di percepire il mondo, di usare il linguaggio, di distribuire l’attenzione, di entrare in rapporto con gli altri. Non si limita a eseguire funzioni: modella abitudini, pensieri, desideri, tempi interiori, forme di dipendenza e rappresentazione di noi stessi. Per questo non basta valutare ciò che una tecnologia produce. Dobbiamo valutare anche ciò che pretende da noi per essere usata e il tipo di essere umano che, poco alla volta, ci induce a diventare. E se davvero riuscissimo a coltivare un tale spirito critico, comunque continueremmo a subire un’infinità di pressioni per usare specifiche tecnologie, che di fatto sono ormai obbligatorie, IA compresa, a meno che non si voglia accettare una sorta di suicidio sociale o, peggio, ghettizzazione.
Lo abbiamo già visto con i social network. Ci erano stati presentati come strumenti per avvicinarci, e in casi specifici lo sono stati. Ma hanno soprattutto creato e accentuato una separazione fisica ed emotiva: siamo permanentemente connessi e sempre più spesso interiormente lontani; esposti gli uni agli altri, ma meno capaci di ascolto profondo; circondati da contatti, ma molto più soli. Con l’IA siamo entrati in una fase ulteriore. Non stiamo più soltanto delegando i rapporti sociali, stiamo delegando il pensiero. Chiediamo alla macchina di riassumere, interpretare, immaginare, decidere, comporre, argomentare. L’IA è ben più di un supporto, si presenta e diventa via via una stampella permanente della mente. E una mente che si abitua alla stampella dimentica, poco alla volta, come camminare da sola. Con il passaggio dall’IA generativa agli agenti IA, poi, il paragone più appropriato per la mente non è quello della stampella, ma della barella prima, e della bara poi.
Qui sta uno dei pericoli più profondi della nuova “religione” tecnologica. Ogni volta che rinunciamo allo sforzo di ricordare, comprendere, formulare, discernere, perdiamo qualcosa. Perdiamo allenamento interiore. Perdiamo autonomia. Perdiamo profondità. Ci abituiamo a scambiare la risposta rapida per intelligenza, la sintesi automatica per comprensione, la disponibilità continua di parole per vera interiorità. Ma il pensiero umano non è soltanto produzione di output. È silenzio, fatica, esitazione, memoria, trasformazione di sé, fare errori, pentirsene, amare e odiare, nutrire dubbi, sforzarsi di aver fede, affrontare la fatica di relazionarsi con il prossimo, e un continuo interrogarsi sul senso della propria esistenza. Il costante incontro con “l’altro diverso da sé” è un requisito minimo per costruire un pensiero. È confronto con il dubbio, con il limite, con la coscienza. Quando deleghiamo stabilmente questo lavoro, non stiamo solo risparmiando tempo: stiamo modificando, deformando e impoverendo la struttura della nostra vita interiore.
Perciò dobbiamo avere il coraggio di dire una cosa scomoda: a ogni salto di innovazione tecnologica corrisponde, se non interveniamo con una forte vigilanza etica e culturale, un rischio speculare di involuzione umana. Non involviamo perché le macchine siano “cattive” in sé, ma perché ci lasciamo sedurre dall’idea che l’efficienza possa sostituire la maturazione, che la comodità valga più della presenza, che il calcolo possa rimpiazzare il giudizio, che la connessione equivalga alla comunione. Quando una civiltà adora l’innovazione senza chiedersi che cosa accade all’anima di chi la usa, quella civiltà prepara da sé la propria distruzione.
Questo vale in ogni ambito, dal quotidiano alla guerra. Nell’educazione, l’IA scoraggia la fatica necessaria per imparare davvero. Nel lavoro, riduce la persona a funzione sostituibile. Nello spazio pubblico, satura la realtà di testi, immagini e voci convincenti ma false, rendendo sempre più fragile la fiducia reciproca. Nella sfera affettiva, si insinua come surrogato della relazione, offrendo simulazioni di ascolto là dove avremmo bisogno di presenza umana. E infine, nella sfera militare, sta mostrando il suo volto più demoniaco: nel momento in cui affidiamo a sistemi automatici la selezione dei bersagli, la valutazione della minaccia e perfino i tempi della risposta, allontaniamo la coscienza umana dal gesto della distruzione e dell’omicidio e lasciamo che la velocità e la semplificazione prendano il posto della responsabilità.
È qui che la questione dell’IA diventa una questione di civiltà. Non stiamo discutendo soltanto di software più sofisticati. Stiamo decidendo quale immagine dell’essere umano vogliamo difendere. Vogliamo ancora considerarci esseri chiamati a crescere nella libertà, nella responsabilità, nella compassione, nella relazione? Oppure vogliamo ridurci a nodi di un sistema efficiente, prevedibile, assistito in ogni funzione da apparati che ci conoscono, ci orientano e progressivamente ci sostituiscono? La prima strada è la più faticosa, ma l’unica umana. La seconda è più comoda, ma tende alla sconfitta, alla morte dell’anima, alla perdita di senso dell’esistenza, con tutte le gravi sofferenze, dipendenze e patologie fisiche e mentali che ne conseguono.
A rendere questa resa ancora più pericolosa c’è una visione riduzionista dell’uomo che oggi affiora apertamente anche nel discorso di alcuni protagonisti dell’IA. Geoffrey Hinton, pioniere delle reti neurali e premio Nobel per la fisica 2024, ha recentemente sostenuto di non vedere nulla, in linea di principio, che impedisca a una macchina di essere cosciente; si definisce un materialista fino in fondo, mette sullo stesso piano i neuroni naturali e quelli artificiali (equiparando ciò che è vivo con ciò che non lo è), immagina sistemi più intelligenti degli esseri umani e ha persino suggerito che, per sopravvivere a macchine superiori, dovremmo sperare di costruire in esse qualcosa come un “istinto materno”, sul modello del rapporto fra madre e bambino. Nello specifico, mi sto riferendo alla sua intervista in spagnolo: «“He creado un MONSTRUO”. Entrevista con el PADRE de la IA».
Noi dobbiamo respingere questa linea di pensiero. Non perché dobbiamo temere la ricerca, né perché dobbiamo rifugiarci nell’anti-scientismo, ma perché non possiamo accettare un’“antropologia filosofica” mutilata. Il filosofo tedesco Max Scheler, in “La posizione dell'uomo nel cosmo”, scrisse: «Mai, nel corso di tutta la sua storia, l'uomo è stato così tanto enigmatico a sé stesso come nell'epoca attuale». Detto in altri termini, l'uomo contemporaneo si trova in una crisi d'identità senza precedenti, nonostante il progresso scientifico e tecnologico. Non sa più definire “che cosa” sia, sentendosi estraneo a se stesso. Questo smarrimento è ormai enormemente amplificato dall’IA.
Se l’essere umano viene ridotto a un aggregato funzionale interamente sostituibile (come sostenuto da Hinton nell’intervista citata), se la coscienza viene trattata come un semplice effetto emergente ricostruibile, e se la differenza tra persona e macchina viene considerata soltanto una questione di complessità e di prestazione, allora abbiamo tristemente perso ciò che dà senso e splendore alla vita. Smarriamo la consapevolezza che l’uomo e la donna non siano soltanto un sistema, ma una presenza indispensabile, preziosa, irripetibile e unica, e che siano anime incarnate, un mistero che merita di esserci dal primo all’ultimo respiro, una gioia senza limiti. Non solo organismi, ma un “assai di più” che va oltre ogni parola. Non solo centri di elaborazione dati, ma coscienze capaci di verità, di amore, di responsabilità, di sacrificio, di fede, di trascendenza.
Dare credito a questo riduzionismo estremo significherebbe recidere le nostre radici più profonde. Significherebbe trattare come ingenuità millenni di filosofia, di spiritualità, di meditazione sul mistero della coscienza e sul valore irriducibile della persona. Significherebbe convincerci che tutto ciò che non riusciamo a misurare non esiste, e che tutto ciò che può essere simulato è già, per questo solo, equivalente al reale. Ma noi sappiamo che non è così. Sappiamo che la vita eccede sempre le sue descrizioni. Sappiamo che esiste una differenza radicale tra imitare la parola e rispondere moralmente di ciò che si dice; tra simulare l’empatia e assumersi il peso della sofferenza altrui; tra generare linguaggio e avere coscienza del bene e del male. Possiamo studiare i processi, modellare le funzioni, analizzare i correlati, ma l’essenza ultima della vita, della coscienza, dell’amore, del dolore e della gioia non si lascia esaurire da un calcolo. Appartiene anche al mistero, alla fede, alla gratitudine di esserci.
Quando una cultura dimentica questo, finisce per coltivare una forma implicita di ostilità verso la vita concreta, se non di odio verso tutto il creato, come dimostrato dalla sempre più esplicita emersione del satanismo nelle nostre società. Non serve proclamare apertamente il disprezzo per l’umano: basta cominciare a considerarlo sostituibile, sorpassabile, correggibile in blocco da parte di sistemi artificiali ritenuti più lucidi, più stabili, più affidabili. Ma una civiltà che smette di meravigliarsi dell’essere umano e del mondo vivente non diventa più sapiente, casomai diventa più stolta, più violenta, più smarrita. E una stoltezza elevata a principio culturale può solo produrre disperazione. La massima forma di intelligenza si chiama “amore”, quindi non c’entra nulla con l’IA.
Per questo dobbiamo mettere l’etica prima della tecnologia e dell’IA. Prima viene la dignità della persona. Prima viene la relazione. Prima viene la coscienza. Prima viene il dovere di non degradare la vita in nome dell’efficienza. Solo dopo viene la domanda tecnica: “Che cosa possiamo costruire?”. Se invertiamo quest’ordine, ogni innovazione diventa un esperimento sull’umano tendente all’involuzione e a crescenti sofferenze. Invece del progresso delle prestazioni, dovrebbe interessarci quello della maturazione morale, spirituale e relazionale.
La sfida del nostro tempo, dunque, non è costruire macchine sempre più simili a noi. È impedire che noi diventiamo sempre più simili alle macchine: rapidi ma superficiali, connessi ma isolati, assistiti ma interiormente inermi, informati ma non saggi. La domanda decisiva non è se l’IA cambierà il mondo. Lo sta già cambiando. La domanda è se noi sapremo cambiare noi stessi nella direzione giusta: non abdicando alla nostra umanità, ma approfondendola. Non adorando l’innovazione, ma giudicandola. Non delegando il pensiero, ma educandolo. Non rinunciando al mistero della vita, ma custodendolo.
Solo così potremo scegliere la saggezza.
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(18 marzo 2026)