Traduzione italiana autorizzata dell’articolo Human Agency and AI di Paul Trafford. Le note tra parentesi quadre sono del traduttore.
(Aggiornato il 4 giugno 2026 con paragrafi aggiuntivi sull’agentività mentale)
È passato un anno dal mio ultimo post, nel quale raccontavo di aver messo a confronto l’intelligenza umana e quella delle macchine a partire da alcune riflessioni sulla quiete. Dopo aver ritirato il mio articolo dalla valutazione per il numero speciale del JSRE, in seguito ho avuto un articolo più breve su questo tema incluso nel numero 78 di De Numine, la rivista dell’Alister Hardy Trust.
Dopo il mio ultimo post, tramite il mio profilo Academia mi sono arrivati decine di inviti a proporre contributi per conferenze, tutti riguardanti l’IA. I temi principali annunciati includono informatica, ingegneria, elaborazione dei segnali e delle immagini, tecnologie wireless e mobili, gestione di database, big data, Internet delle cose e così via. Eppure, nello stesso periodo, non ho ricevuto alcun invito relativo al mio contributo di gran lunga più consultato, che riguarda l’etica buddhista. Questo è un segno dell’attenzione febbrile e dispersiva riservata all’IA, spesso a scapito di quasi tutto il resto.
I media generalisti stanno riportando un aumento delle paure esistenziali, da quelle immediate, come l’incertezza lavorativa, fino alle implicazioni di lungo periodo per l’umanità. Questo concentra l’attenzione sulle qualità distintive dell’essere umano, ma trovo che la risposta del mondo accademico tenda ad assumere una prospettiva materialista e a impantanarsi negli aspetti giuridici. Molto più centrata è l’enciclica di papa Leone XIV Magnifica Humanitas: Sulla salvaguardia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.
La lettera del Papa si sofferma soprattutto sugli aspetti sociali e sul bene comune, rispecchiando naturalmente le preoccupazioni di un’istituzione. Qui assumo invece una prospettiva buddhista, più focalizzata sull’individuo. Uscendo dalla quiete, desidero nuovamente mettere in evidenza sei caratteristiche dell’agentività umana:
- avvio intenzionale [ārabbha-dhātū]
- spinta in avanti [nikkama-dhātū]
- sforzo applicato [parakkama-dhātū]
- fermezza [thāma-dhātū]
- perseveranza [ṭhiti-dhātū]
- adoperarsi [upakkama-dhātū]
[L’originale inglese di Paul Trafford usa “initiation”, “exertion”, “making effort”, “steadfastness”, “persistence” e “endeavouring”. Le rese italiane qui adottate sono interpretative: cercano di mantenere distinti i sei elementi, evitando che in italiano confluiscano tutti in “sforzo”, “impegno” o “perseveranza”.]
La fonte è l’Attakārī Sutta: Colui che agisce da sé, AN 6.38, in una traduzione inglese dal pāli pubblicata su Access to Insight.
A titolo di esempio, immagina di iscriverti alla Maratona di Londra. Saltiamo direttamente al giorno della gara e alla corsa stessa.
- avvio intenzionale: quando lo starter spara il colpo di partenza, tu rispondi e decidi di cominciare a muoverti;
- spinta in avanti: ti proietti in avanti e inizi a muovere le gambe;
- sforzo applicato: acceleri fino alla tua normale velocità di corsa e assumi la tua postura abituale;
- fermezza: mantieni un’andatura e un ritmo costanti e cominci a macinare chilometri;
- perseveranza: ti stanchi e inizi ad avere dolori, ma continui;
- adoperarsi: “incontri il muro”, ma assumi liquidi energetici, ti riposi per un po’ e poi continui, determinato ad arrivare al traguardo.
Completi la gara e provi un’intensa soddisfazione per il risultato; il senso di appagamento personale è immenso, oltre alla gioia di aver raccolto fondi per l’ente benefico che sostieni.
L’esempio riguarda principalmente l’agentività fisica, anche se, nel contesto più ampio della preparazione e dell’allenamento, coinvolge anche azioni di parola e di mente. Queste attività sono permeate dall’ambiente digitale pervasivo, con molte interazioni online: iscriversi, fare acquisti, cercare ispirazione e consigli sui social media.
Prepararsi per una maratona e parteciparvi è di solito qualcosa di fortemente motivato e focalizzato, che rafforza l’agentività e accresce la fiducia nell’affrontare le sfide della vita. Ma vale lo stesso per altri aspetti di uno stile di vita normalmente molto impegnato? Quando siamo online o collegati a dispositivi digitali, dobbiamo essere particolarmente vigili sugli aspetti mentali e stare attenti a non farci trascinare dalla corrente.
- Prendiamo noi stessi le decisioni?
- Affrontiamo i compiti con prontezza, o li rimandiamo?
- Riflettiamo fino in fondo?
- Valutiamo le cose nel lungo periodo oltre che nel breve?
- Siamo disposti a dedicarvi ore in più per risolvere i problemi?
- Siamo pronti a un’interruzione di corrente?
- Abbiamo un piano B?
- Che cosa abbiamo imparato davvero?
- Siamo capaci di fermarci e portare la mente alla pace e alla quiete?
- Siamo appagati?
Oppure siamo inquieti, e deleghiamo sempre più compiti a un altro agente, l’IA generativa, nella speranza che risolva i nostri problemi? Data la natura onnicomprensiva di questa tecnologia, il suo impatto nocivo sul funzionamento cognitivo potrebbe essere enorme. Potrebbe compromettere l’agentività umana a tal punto da renderci poco più che automi.
Invece di accettare ciecamente l’ultima e più mirabolante promessa digitale, dovremmo sempre chiederci: ne abbiamo davvero bisogno? In positivo, possiamo prendere ciascuna delle sei caratteristiche elencate nell’Attakārī Sutta e chiederci semplicemente, rispetto a qualsiasi tecnologia proposta: è probabile che questa tecnologia rafforzi o indebolisca l’agentività umana? Per mettere meglio a fuoco la questione, poniamoci queste domande supponendo che la tecnologia venga rimossa dopo un certo periodo. Che cosa ci rimane?
Discuto ulteriormente questi temi nel mio breve libro Buddhism and Computing: How to Flourish in the Age of Algorithms e nel mio articolo Cultivating sīla Online: the use of Cognitive Interventions in Systems Design.
(traduzione pubblicata il 12 giugno 2026)