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Prima farsa, poi tragedia – Viaggio al termine della democrazia europea

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"Così muore la democrazia: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo."
(parafrasi moderna di Platone, Repubblica, Libro VIII)

Questa sintesi moderna del pensiero che Platone mette in bocca a Socrate nella Repubblica non è soltanto una profezia politica: è un referto autoptico che descrive con agghiacciante precisione lo stato terminale del nostro Occidente. Ciò che era nato come spazio sacro del logos e della deliberazione collettiva si è lentamente trasformato in un rito vuoto, una pantomima dove il cittadino crede ancora di scegliere mentre gli viene soltanto concesso di applaudire decisioni già prese altrove.

Guardiamo a cosa sono serviti decenni di democrazia in Europa. A cosa è servito andare a votare, elezione dopo elezione, con la devozione laica di chi crede ancora che la scheda sia uno strumento di sovranità. A cosa è servito informarsi al di fuori dei canali ufficiali, in quei media alternativi cresciuti come erba ostinata tra le crepe del monolite narrativo, sostenuti da donazioni spontanee, boicottati, censurati, ridicolizzati come complottisti mentre raccontavano verità che il mainstream avrebbe ammesso soltanto anni dopo, a danno ormai compiuto.

È servito a questo: un continente che cerca con furia autodistruttiva una guerra totale contro la Russia, come se la ragionevolezza fosse diventata un tradimento e l'istinto di sopravvivenza una colpa da espiare. Un'Europa che preferisce immolare la propria economia, la propria sicurezza energetica, il futuro dei propri giovani pur di ubbidire a un copione scritto da chi considera la guerra non una tragedia da evitare ma un mercato da alimentare.

Ed è servito a offrire applausi — non semplicemente silenzio, ma applausi — alla pulizia etnica condotta con metodica brutalità dai sionisti. Abbiamo visto cortei, dichiarazioni, risoluzioni, finanziamenti. Abbiamo visto un Occidente che si proclama paladino dei diritti umani mentre fornisce armi, copertura diplomatica e legittimazione morale a chi bombarda ospedali, scuole, campi profughi. La democrazia è diventata il paravento retorico dietro cui si consuma il più classico dei crimini coloniali, con l'aggravante di essere trasmesso in diretta e tuttavia negato con la medesima sfrontatezza.

Così la democrazia è servita da fondamenta alla crudeltà neonazista, sorretta da due pilastri gemelli: il servilismo verso l'industria delle armi e la totale sottomissione alle industrie farmaceutiche. Il Covid ha rappresentato il laboratorio perfetto di questa doppia cattura: corpi ridotti a mercato, vite barattate per profitto, paure gestite come leve di controllo sociale. Mentre si chiudevano attività, si distruggevano economie familiari, si isolavano anziani e bambini, i grandi capitali farmaceutici registravano utili senza precedenti e i governi democratici eseguivano, disciplinati come funzionari di un'azienda privata, ogni dettame senza nemmeno la parvenza di un dibattito. La deliberazione democratica è stata sospesa con un'efficienza che nessun tiranno avrebbe mai osato sperare, il tutto con il consenso — anzi, la richiesta — di una popolazione ormai incapace di pensare al di fuori della paura.

Il ridicolo, appunto. Una classe dirigente che balbetta slogan mentre il mondo brucia. Cittadini che si illudono di partecipare mentre vengono soltanto amministrati. Un sistema che celebra se stesso con cerimonie vuote mentre prepara la propria tomba.

E poi il sangue. Perché dopo il ridicolo, la farsa lascia inevitabilmente il passo alla tragedia. La guerra, quella vera, quella che si combatte con i corpi dei figli della classe media e povera, è già alle porte. E quando arriverà, scopriremo che tutto questo teatro democratico non ci ha dato né voce, né scelta, né scampo.

Tuttavia...

Se dobbiamo passare attraverso la catastrofe per generare un essere umano diverso, più consapevole della propria natura e più centrato sul "noi" invece che sull'"io", allora così sia. Non come augurio macabro, ma come constatazione storica: l'umanità impara raramente dalla saggezza, quasi sempre dal dolore. La speranza non risiede nelle istituzioni ormai svuotate di senso, né in una classe politica che ha abdicato a qualsiasi funzione che non sia la propria sopravvivenza. La speranza risiede in qualcosa di più profondo e più antico: l'intuizione che la nostra anima non è venuta in questo mondo per caso, ma perché ha qualcosa di importante da fare e da apprendere insieme ad altre anime.

La democrazia può morire. Le sue forme possono corrompersi fino a diventare irriconoscibili. Ma la scintilla che spinse gli esseri umani a cercarsi, a deliberare, a costruire spazi di libertà, quella non si estingue. Attraversa il disastro, si nasconde sotto le macerie, attende. E quando il rumore della farsa e il fragore della tragedia saranno cessati, quella scintilla sarà ancora lì, pronta a riaccendersi. Non per restaurare vecchi idoli, ma per immaginare qualcosa che oggi non sappiamo ancora nominare.

L'importante è non perdere mai la consapevolezza che siamo qui per qualcosa che eccede il consumo, la paura, l'obbedienza. Siamo qui per trasformare l’avidità in cura, la collera in lucidità, e l’illusione nel coraggio di guardare. Un amore senza avidità, una forza senza collera, uno sguardo senza veli. Se la catastrofe ci aiuterà in questo, allora non sarà stata l’ultima notte, ma una nuova alba.

(6 maggio 2026)

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