Negli anni passati, l’informazione onesta e la propaganda si differenziavano sostanzialmente perché nel primo caso si tentava una descrizione complessiva e neutrale dei fatti, e nel secondo una difesa a oltranza e contro ogni evidenza degli interessi di qualcuno. Neutralità, nel mondo informativo, significa non aderire acriticamente al punto di vista di qualcuno, ma sondare tutte le prospettive delle parti coinvolte e trarne una sintesi il più possibile aderente alla “realtà”. Anche solo provarci sarebbe uno sforzo enorme e con risultati opinabili, perché la realtà è sempre camaleontica, iridescente, cangiante, fatta di opposti che coesistono.
Oggi, però, è ormai impossibile essere neutrali. Giusto per fare alcuni esempi, quando vengono bombardati scuole e ospedali iraniani da parte degli Stati Uniti, quando vengono fucilati i volontari della Mezzaluna Rossa Palestinese da parte di Israele, quando ci arrivano racconti di sadiche torture fino alla morte contro i gazawi, e dei cruenti pestaggi spesso fatali degli ucraini contrari alla mobilitazione forzata imposta dal regime di Zelenskyy, possiamo essere neutrali? Io non ci riesco, ma anche chi cerca di mantenere un’equidistanza – sospendendo il giudizio – spesso finisce con il legittimare la violenza di una parte contro l’altra, che è la stessa cosa del non opporsi ad essa. Detto diversamente, essere indifferenti, ignavi o codardi significa lasciare campo libero alla disumanità dei più prepotenti, e a tutti i crimini che ne conseguono.
Tuttavia, schierarsi dalla parte di qualcuno, magari di chi riteniamo essere la parte lesa, o più prosaicamente di chi “ha ragione”, ci porta comunque a sostenere la violenza, in questo caso giustificata come legittima difesa. Serve quindi un approccio diverso, che per fortuna esiste, ma non lo troveremo né nei canali mainstream né in quelli di controinformazione. In poche parole: molto più importante della neutralità è l’amore.
Se un genitore vedesse due suoi figli che litigano aspramente e che tentano di uccidersi a vicenda con un coltello, potrebbe rimanere neutrale, equidistante, imparziale? Oppure avrebbe un grande coinvolgimento emotivo mosso dall’amore per entrambi? Non desidererebbe che la smettessero il prima possibile, perché li ama e soffre terribilmente nel vederli così in pericolo?
Nel Sutra del Loto, il Budda Shakyamuni si esprime così: «Io sono il padre di questo mondo che salva coloro che sono afflitti e soffrono» (fonte). In questo caso, “padre” non significa creatore e non significa nemmeno divinità, ma indica una persona comune che ha gli stessi sentimenti di un genitore che si prende cura dei propri figli.
Se riusciamo, giorno per giorno, a nutrire e ad accrescere questa qualità dell’“essere genitore”, allora la pace e la non-violenza possono trovare la propria strada innanzitutto nei nostri cuori, e poi nella società. Non è un’ipotesi, è una certezza. Questo sentimento è anche un sano antidoto contro la propaganda, il cui scopo ultimo è sempre quello di giustificare la violenza. Stiamo molto attenti.
Possiamo soffrire sia per chi uccide che per chi viene ucciso? Possiamo soffrire sia per chi tortura sia per chi viene torturato? Possiamo soffrire sia per chi sgancia bombe che per chi le riceve? Sì, possiamo: il cambiamento inizia proprio da qui. Soprattutto, possiamo rimanere non-violenti nei pensieri, nelle parole e nelle azioni, anche quando siamo noi a ricevere bombe.
Suggerisco una lettura del mio e-book gratuito “Non-violenza senza eccezioni: una via buddista per la pace”, disponibile anche come libro cartaceo.
(16 marzo 2026)