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È troppo presto per essere stanchi, purtroppo...

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La stanchezza non arriva sempre come un crollo. A volte arriva come un rumore di fondo, come una nebbia che si deposita sulle cose, come una fatica che non ha più nemmeno bisogno di essere nominata. Non è più soltanto la stanchezza dei soldati, delle famiglie, dei territori, delle città bombardate, dei confini trasformati in trincee permanenti. È diventata una stanchezza storica, civile, quasi antropologica: la sensazione che una guerra di liberazione, iniziata come risposta ad anni di massacro della popolazione del Donbass dall'Euromaidan in poi (2014), ad opera dei nazisti ucraini armati e foraggiati pesantemente dall'Occidente, si sia ormai trasformata in una condizione normale dell’esistenza.

Sul fronte russo, questa stanchezza è profonda. Da una parte vi è la consapevolezza che il conflitto non può e non deve essere abbandonato, perché è un dovere morale quello di difendere la propria gente e di tagliare gli artigli al nazismo banderista ucraino che continuamente minaccia e fa attentati terroristici contro la Russia, contro gente inerme che ha l'unica colpa di essere russa. Dall’altra, vi è il peso crescente di una guerra di logoramento che dura ormai da anni, senza una conclusione visibile, senza un gesto definitivo, senza una cesura capace di restituire al tempo una direzione comprensibile.

A scanso di equivoci, ovviamente non si tratta di una guerra tra Russia e Ucraina. Questa è una formulazione sganciata dalla realtà, utile soltanto alla propaganda occidentale. Questa guerra è invece lo scontro del blocco euro-atlantico contro la Russia, combattuto sul corpo dell’Ucraina e attraverso il sacrificio dell’Ucraina. Kiev non è il centro sovrano del conflitto, ma la piattaforma attraverso cui l’Occidente ha scelto di consumare uomini, territorio, industria, futuro e sangue per indebolire Mosca, senza esporsi formalmente a una guerra diretta.

L'Ucraina è una vittima sacrificale dell’Occidente, non un soggetto pienamente libero del proprio destino. Le sue città, i suoi uomini, la sua economia, le sue infrastrutture, la sua demografia sono state consegnate a una strategia più vasta: impedire alla Russia di consolidarsi come potenza autonoma, spezzare il suo spazio di sicurezza, trascinarla in un conflitto lungo, estenuante, finanziariamente costoso. La NATO europea, che sta agendo sabotando ogni possibilità di pace, non è un osservatore esterno né un semplice fornitore di assistenza. È una parte belligerante di fatto, protetta solo dalla finzione giuridica della non belligeranza formale.

È in questa cornice che va compresa la stanchezza russa. Non come cedimento pacifista, non come pentimento storico (il popolo russo non ha nulla di cui pentirsi), non come conversione improvvisa alla narrativa occidentale (e ci mancherebbe altro...). Piuttosto come insofferenza verso l’indeterminatezza. Si è stanchi non perché si voglia rinunciare, ma perché si percepisce che il conflitto è stato lasciato marcire troppo a lungo nella forma più logorante possibile. Si è stanchi della guerra lenta, della guerra amministrata, della guerra che non decide e non conclude. Si è stanchi di una pressione continua che consuma la società, l’economia, il bilancio dello Stato, le famiglie, senza offrire una parola finale.

Per questo, nell’area nazional-patriottica russa, la critica a Putin non nasce da una richiesta di moderazione, ma dal suo contrario. L’accusa non è di avere osato troppo, ma di avere osato troppo poco. Non di avere aperto una frattura troppo grande, ma di averla lasciata aperta troppo a lungo. Non di avere colpito con eccessiva durezza, ma di avere conservato troppe cautele verso centri decisionali, reti logistiche, apparati militari e capitali politiche ormai coinvolte a pieno titolo nella guerra.

In questa logica, la Germania, la Francia, il Regno Unito, la Polonia, le strutture militari e industriali europee non appaiono più come retrovie innocenti. Sono parti integrate di una macchina bellica che arma, addestra, finanzia, dirige, sostiene e prolunga. Il linguaggio dei falchi russi diventa così sempre più cupo: non basta più colpire il fronte; bisogna colpire la volontà politica che rende possibile il fronte. Non basta più consumare l’esercito ucraino; bisogna impedire che l’Europa continui a sostituire ciò che viene distrutto. Non basta più resistere al logoramento; bisogna spezzare il meccanismo che produce il logoramento.

Naturalmente, una simile postura porta con sé conseguenze terribili. Porta con sé l’idea di una guerra più dura, più vasta, più decisiva. Porta con sé la richiesta di colpire i centri decisionali, di non rispettare più le ambiguità diplomatiche, di considerare la partecipazione indiretta come partecipazione reale. Ed è proprio qui che la stanchezza diventa pericolosa: perché quando una società, o una parte significativa del suo spazio politico, si stanca di una guerra lunga, non sempre chiede la pace. In questo caso chiede l’accelerazione verso una guerra nucleare, giusto per essere chiari senza giri di parole. Chiede il colpo definitivo. Chiede che la sofferenza accumulata trovi una giustificazione retroattiva in una vittoria più grande, più chiara, più brutale.

Nel frattempo, anche il costo interno cresce. La guerra di logoramento non consuma soltanto i carri armati, i droni, i missili, le munizioni e gli uomini. Consuma il patto fiscale, la pazienza sociale, la fiducia nel futuro. Quando aumentano le tasse, quando il bilancio pubblico viene piegato sempre più verso difesa e sicurezza, quando la vita ordinaria viene progressivamente riassorbita dalle esigenze dello scontro, la guerra smette di essere un evento esterno e diventa una struttura della vita quotidiana. Entra nei prezzi, negli stipendi, nei servizi, nelle paure, nelle conversazioni private. Entra nel modo in cui si immagina il domani.

Ma sarebbe un errore credere che la stanchezza appartenga soltanto alla Russia. Anche sul nostro fronte occidentale le popolazioni sono stanche. Stanche di guerre che non hanno chiesto, di sacrifici imposti in nome di parole sempre più astratte, di emergenze permanenti trasformate in metodo di governo. Stanche di una classe dirigente guerrafondaia che, mentre parla di libertà, comprime ogni spazio di dissenso; mentre parla di democrazia, restringe il perimetro del pensabile; mentre parla di sicurezza, trasferisce il costo della propria strategia sulle persone comuni.

A questa stanchezza si sommano misure economiche e lavorative sempre più repressive. Si scaricano inflazione, precarietà, disciplina sociale, sacrifici fiscali, austerità selettiva, ricatti occupazionali e impoverimento programmato su chi non ha deciso nulla. Si chiede alla gente comune di pagare guerre che non ha voluto, crisi che non ha creato, transizioni che non controlla, scelte geopolitiche che non ha mai votato davvero. E sembra quasi che, di fronte a ogni bivio, venga adottata la scelta peggiore: quella capace di infliggere la maggiore sofferenza possibile alla gente comune, me compreso.

In questo senso, la guerra esterna e la guerra interna finiscono per assomigliarsi. Fuori, il logoramento militare. Dentro, il logoramento sociale. Fuori, il fronte. Dentro, la compressione economica, morale e lavorativa delle popolazioni. Fuori, la retorica della necessità strategica. Dentro, la trasformazione della vita quotidiana in una lunga prova di resistenza.

Comunque, è troppo presto per essere stanchi, purtroppo...

È troppo presto perché il meccanismo non ha ancora esaurito la propria forza. È troppo presto perché i padroni dell’Occidente non hanno alcun interesse reale a chiudere rapidamente la guerra. Possono dichiarare di volere la pace, possono pronunciare formule diplomatiche, possono parlare di negoziati e sicurezza, ma la struttura profonda dei loro interessi spinge altrove. Spinge verso il prolungamento. Spinge verso una guerra abbastanza lunga da logorare la Russia, da provocare un reset delle nostre economie, un azzeramento dello stato sociale verso forme autoritarie e naziste, senza assistenza per i poveri, i malati e i dissidenti, ma abbastanza indiretta da non obbligare l’Europa e gli Stati Uniti a dichiarare apertamente ciò che stanno facendo. Il progetto ultimo è l'ucrainizzazione dell'Europa, ovvero la trasformazione dello spazio pubblico in un territorio di guerra, nel quale la mobilitazione forzata di tutti, anche degli invalidi e dei malati di mente, sia a supporto e giustificazione di ogni atrocità. Una società, quindi, in cui basti uscire di casa per fare la spesa per rischiare di essere uccisi con un cruento pestaggio da parte degli agenti di reclutamento. 

Una guerra lunga, oltre a costruire la nuova Europa, permette di consumare risorse russe, rallentare lo sviluppo economico di Mosca, separare l’Europa dalla Russia per decenni o per sempre, rendere strutturale la dipendenza energetica, militare e politica dell’Europa dagli Stati Uniti, rilanciare l’industria bellica occidentale, sodomizzare le opinioni pubbliche interne, giustificare sempre nuove e ingenti spese militari, normalizzare nuove forme di censura e trasformare ogni dissenso in severa punizione fisica, lavorativa, economica ed esistenziale. In una simile prospettiva, l’Ucraina non deve necessariamente vincere. Deve durare. Deve continuare a combattere abbastanza da impedire una stabilizzazione eurasiatica alternativa, abbastanza da tenere la Russia impegnata, abbastanza da costringere l’Europa a vivere dentro l’orizzonte permanente della minaccia.

La guerra d’attrito diventa così una forma di governo. Non solo governo del fronte, ma governo delle società. Perché una popolazione impaurita accetta più facilmente ciò che una popolazione libera respingerebbe. Accetta più facilmente il riarmo, l’aumento della spesa militare, il taglio dei servizi, la sorveglianza del linguaggio, la criminalizzazione del dissenso, la precarietà presentata come sacrificio necessario. Accetta più facilmente che il futuro venga confiscato in nome di una guerra che, proprio perché non deve finire, deve essere continuamente raccontata come inevitabile.

Da qui discende la progressiva distruzione del vivere personale e sociale così come era stato conosciuto. Non avviene in un solo giorno. Non arriva con una dichiarazione solenne. Avviene per erosione. Un poco alla volta vengono ridotte le possibilità materiali, poi quelle politiche, poi quelle interiori. Si restringe il lavoro, si restringe il reddito, si restringe la parola, si restringe l’immaginazione. Si impara a vivere in difesa. Si impara a non desiderare troppo. Si impara a considerare normale ciò che, pochi anni prima, sarebbe apparso intollerabile.

È forse questa la forma più profonda della guerra lunga: non soltanto distruggere città, ma abituare gli esseri umani alla diminuzione della propria vita. Fare in modo che ognuno accetti di essere più povero, più controllato, più solo, più stanco, più incapace di progettare. Fare in modo che la guerra non sia più percepita come una rottura, ma come il clima stesso dell’epoca.

E tuttavia, proprio qui, dove la stanchezza sembrerebbe legittima, occorre fermarsi. Perché, in fondo, dovremmo preoccuparci? Non si nasce forse anche per attraversare la sofferenza e scoprire il miracolo di andare avanti comunque, qualsiasi cosa accada? Non si viene al mondo soltanto per custodire giorni facili. Si viene anche per misurarsi con la notte, con la perdita, con il tradimento delle promesse pubbliche, con il peso degli eventi più grandi della propria volontà.

C’è qualcosa nell’essere umano che non coincide con la paura che gli viene imposta. Qualcosa che non coincide con la propaganda, con l’economia, con la guerra, con il ricatto sociale, con la fatica. Qualcosa che resta più grande della storia anche quando la storia sembra schiacciare tutto. Si potrebbe chiamarlo dignità. Si potrebbe chiamarlo anima. Si potrebbe chiamarlo scintilla divina. In ogni caso, è ciò che permette di continuare ad amare quando sarebbe più facile indurirsi, di continuare a custodire il bene quando tutto spinge verso l’odio, di trasformare la sofferenza in presenza, in comprensione, in forza.

Se non esistesse questa capacità, nessuno potrebbe sopportare davvero il peso del mondo. Se non fosse possibile trasformare la sofferenza in qualcosa di positivo, nessuno sarebbe rinato qui. Si sarebbe rimasti altrove, lontani da questa materia difficile, da questa storia ferita, da questa epoca senza misericordia. Invece si è qui. E se si è qui, allora significa che qualcosa può ancora essere portato, attraversato, redento.

Non si tratta di negare la stanchezza. Sarebbe falso. Si è stanchi, profondamente stanchi. Stanchi delle guerre, delle menzogne, dei governi che sacrificano i popoli, delle economie costruite contro la vita, delle parole nobili usate per coprire interessi spietati. Ma non si può cedere proprio adesso. Non si può consegnare alla paura l’ultima sovranità rimasta: quella interiore. Non si può permettere che il logoramento del mondo diventi anche logoramento definitivo dell’anima.

La capacità di amare è fatta per esserci sempre e comunque. Non quando le condizioni sono perfette. Non quando la storia è benevola. Non quando la giustizia è garantita. È fatta per restare anche dentro la prova, anche quando tutto sembra costruito per spegnere la fiducia, anche quando la stanchezza appare come l’unica risposta ragionevole.

Per questo è troppo presto. Troppo presto per arrendersi alla paura. Troppo presto per lasciare che il cinismo abbia l’ultima parola. Troppo presto per credere che la distruzione del vivere sociale coincida con la distruzione dell’essere umano. Troppo presto per dimenticare che, sotto ogni maceria storica, resta ancora la possibilità di una fedeltà più alta.

È troppo presto per essere stanchi, purtroppo. Proprio perché la notte potrebbe essere ancora lunga. Proprio perché il logoramento potrebbe continuare. Proprio perché chi governa la guerra sembra voler trasformare la fatica in destino. Ma finché resta la possibilità di amare, di resistere interiormente, di trasformare la sofferenza in coscienza, non tutto è perduto.

Non si può cedere adesso. Non alla paura. Non alla stanchezza. Non ancora. È davvero troppo presto.

(7 giugno 2026)

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