In questa esistenza, la felicità è un sogno dentro un sogno: effimera, precaria, breve, subito dimenticata. La sofferenza, invece, è un’erba infestante onnipresente, anche se spesso facciamo finta di non vederla. Inventiamo mille follie per estirparla, ma nessuna funziona.
Soldi e lavoro, amore e famiglia, titoli e onori, un corpo che attiri e, magari, anche una salute decente sono le più note cure palliative per il mal di vivere. Così, nei giorni infelici che si susseguono, alcuni riusciranno a stare un po’ meglio, almeno provvisoriamente, ma la maggioranza di noi no, perché le cure che ho elencato dipendono quasi completamente dalla buona fortuna, dalle circostanze favorevoli e dall’età, e solo in minima parte dal proprio impegno, anche se virtuoso e costante, o dalla propria intelligenza ed erudizione. Anzi, tanto vale ammettere francamente che è più facile trovare felicità tra i pazienti anziani di una RSA, affetti da demenza, grave amnesia e invalidità fisiche, che tra persone giovani, colte, belle e intelligenti.
Oltre al mal di vivere, poi, c’è anche la paura della morte, che sembra accomunare tutte le creature senzienti. Persino un verme che sa solo strisciare ha paura di essere ucciso, a maggior ragione questo vale per noi. La società è sempre più violenta e imbarbarita, così come la percezione di vivere in un tempo terminale e apocalittico è sempre più radicata nelle nostre coscienze. Se a questo aggiungiamo l’incertezza di fondo che a un nostro respiro possa seguirne un altro, ecco che allora le strategie per esorcizzare la morte sono più delle stelle in cielo.
Così, nel sottobosco più oscuro delle nostre società iper-tecnologiche e iper-scientiste, troviamo ritualità così indecenti che le parole non possono bastare per esprimerne lo schifo e la brutalità. Questo vale sia per il popolino, sia e soprattutto per la classe dirigente. A dimostrazione del fatto che tutto cominci dal vendersi l’anima al diavolo, basterebbe notare che solo chi è rimasto senza anima è continuamente alla ricerca dell’amrita, cioè della vita eterna. Gli altri, quell’esigua minoranza di persone consapevoli di “essere un’anima” in un corpo temporaneo, non si pongono neppure il problema, e non hanno bisogno di sciogliere nell’acido i corpi delle bambine da loro seviziate o di trafugare ossa in un cimitero per farci saponette e candele.
Al di là di queste perversioni richieste come prezzo per la falsa promessa di soldi, fama, sesso, potere e vita eterna, rimane il fatto che la natura della vita è il “desiderio”, e solo un “essere desiderante” può dirsi vivente. L’appagamento dei desideri, spesso intrecciati e sovrapposti ai bisogni, è ciò che comunemente, ed erroneamente, intendiamo come felicità. Parlare dei propri desideri, o della propria felicità, significa allora esprimere ciò che, nonostante tutto, ci spinge a vivere.
Il desiderio è un demone che ci dà un orientamento e qualche motivo per “esistere”. In realtà non ci spiega né “perché” esistiamo, né “chi siamo”: è solo una bussola che a noi appare rotta, ma il cui ago, come le nostre follie, potrebbe obbedire a un ordine che non comprendiamo. Nessuno di noi sa che cosa sia la “realtà”, ciò nonostante la distinzione tra realtà e desiderio è quanto di più chiaro ci sia: la loro distanza è la misura della nostra sofferenza.
Mentre la felicità è sovente associata, per lo meno istintivamente, al bene, alla giustizia e all’amore ricambiato, e quindi ad un mondo che non c’è, la sofferenza è quasi sempre vissuta come una conseguenza del male subito, dell’ingiustizia, dei bisogni non soddisfatti e dei desideri non appagati. Tuttavia, se domandassimo a ciascun essere umano che cosa siano il bene e il male, la giustizia e l’ingiustizia, l’amore e il non-amore, otterremmo più risposte diverse, anche dalle stesse persone, di quante siano le gocce d’acqua nel mare. Siamo infatti prigionieri di una realtà allucinata in cui ognuno si crea il proprio piccolo mondo, che spesso è difficile da condividere, e quasi sempre è percepito come estraneo ai propri desideri.
Così, i giorni si susseguono, e la sofferenza continua ad accumularsi.
Esiste però un modo di vivere alternativo, tutt’altro che spontaneo, perché significa trasformare ogni attimo vissuto in un momento di consapevolezza e di introspezione. L’alternativa a cui mi riferisco è quella di dimorare nella realtà, anziché nei desideri, che comunque continueranno a sorgere in un lavorio mentale senza fine. Accettare tutto questo non è complicato: significa semplicemente, ogni volta che sorge un desiderio, cioè ad ogni respiro, rispondere interiormente con un “Rinuncio!”.
Beninteso, la rinuncia che possiamo praticare non è al desiderio in sé, perché altrimenti saremmo senza vita, ma al tentativo di appagarlo, perché, nella “quasi” totalità dei casi, la realtà ci impone questa resa. L’ordine interiore di rinuncia è liberatorio, è l’inizio della pace interiore. Ciò implica anche accettare che “la realtà è giusta così com’è”, quindi rinunciare anche alla pretesa che debba minimamente adeguarsi ai nostri desideri. Ciò equivale a smetterla di dire a Dio ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è bene e male, e ciò che deve fare. Uscire da questa bestemmia continua è davvero liberatorio. Non lo dico in senso confessionale e neppure potrei, ma solo in senso pragmatico.
Altrimenti, si rimane in guerra permanente con il mondo e con se stessi, in un inferno di incessante sofferenza. In questa lotta vince sempre e comunque la realtà, non il desiderio, salvo quei rari e passeggeri casi, inafferrabili come sogni, in cui coincidono.
(16 giugno 2026)