Volere consapevolmente la realtà della propria vita, senza escludere nulla
Nel mio precedente articolo “La natura del desiderio”, ho scritto che la distanza tra realtà e desiderio è la misura della nostra sofferenza. Lì il movimento interiore era espresso con una parola: “Rinuncio!”. Era la rinuncia alla pretesa che la realtà debba conformarsi ai miei desideri; alla guerra contro ciò che è; al tentativo, quasi sempre impossibile, di piegare il mondo, il corpo, gli altri, il passato e persino la mia mente a ciò che vorrei.
Ora vorrei provare a fare un passo ulteriore.
Rinunciare alla pretesa che la realtà si conformi ai nostri desideri può dare serenità. Tuttavia, credo che esista una possibilità ancora più radicale: non soltanto accettare ciò che è, ma desiderarlo. Desiderare tutto ciò che è. Non in senso metaforico, non come formula consolatoria, non come artificio linguistico per rendere sopportabile l’insopportabile, ma come atto cosciente, volontario, continuo.
Se la distanza tra realtà e desiderio è sofferenza, allora la coincidenza tra realtà e desiderio è felicità.
Di solito desideriamo ciò che non c’è. Desideriamo un’altra condizione, un altro corpo, un’altra salute, un’altra storia, altri pensieri, altri desideri, un altro passato, un altro presente. Il desiderio, così inteso, è sempre desiderio di distanza. Vuole portarci altrove. Vuole sottrarci a ciò che stiamo vivendo.
Ma che cosa accade se desidero esattamente ciò che sto vivendo?
Mentre scrivo queste parole, posso desiderare di scrivere esattamente queste parole. Posso desiderare di essere nel luogo in cui mi trovo. Posso desiderare di avere il corpo che ho, la stanchezza che ho, i pensieri che ho, le esitazioni, le contraddizioni, le condizioni materiali e interiori in cui mi trovo. Posso desiderare non un’altra scena, non un’altra vita, non un’altra versione di me, ma precisamente questa esperienza: io che scrivo, qui, ora, così, tra l’altro in una posizione abbastanza scomoda.
Sembra incredibile, eppure basta questa disposizione interiore affinché il desiderio sia realizzato. Non è autosuggestione, ma pieno desiderio di vivere l’esperienza umana per ciò che è, fino a scoprire che è proprio questa esperienza ad essere il tesoro più prezioso. Divento come chi ha cercato una gemma preziosa per tutta la vita e finalmente si accorge di averla sempre avuta con sé.
Non perché il mondo abbia finalmente obbedito a me, ma perché io ho smesso di desiderare un mondo diverso da quello che si presenta. La realtà non è cambiata; è cambiato il rapporto tra desiderio e realtà. Il desiderio non si protende più verso l’assenza, ma aderisce al presente. Non vuole più fuggire da ciò che accade, ma desidera ciò che accade.
Questo richiede una forma costante di meditazione e di autovigilanza. La mia vita sembra allora svolgersi su due piani. Nel primo vivo, penso, agisco, parlo, scrivo, cammino, mangio, soffro, desidero. Nel secondo osservo me stesso mentre vivo, penso, agisco, parlo, scrivo, cammino, mangio, soffro, desidero. E, osservandomi, desidero che io stia vivendo proprio ciò che sto vivendo.
Divento un essere che osserva se stesso pensante e vivente. Poi questo essere include anche questa osservazione nel desiderio, e desidera che se stesso abbia proprio quei pensieri, quei desideri, quella postura, quella condizione, quella storia, quella fame, quella paura, quella vergogna, quella gioia, quella follia. Desidera che l’esperienza sia esattamente così com’è.
Non solo: se sorge un desiderio diverso, desidera anche quel desiderio. Se sorge il rifiuto della realtà, desidera anche quel rifiuto. Se sorge la rabbia, desidera la rabbia. Se sorge un pensiero disturbante, desidera quel pensiero disturbante. Se sorge un desiderio moralmente inaccettabile, desidera anche quel desiderio, non per trasformarlo in azione, non per giustificarlo, non per farne una virtù, ma per riconoscerlo come parte della realtà interiore che in quel momento si manifesta.
Nulla deve rimanere fuori.
La pratica è estrema proprio perché include ciò che normalmente vorremmo escludere: le ombre, le follie, le bassezze, le paure, le pulsioni, i pensieri indegni, i ricordi umilianti, le ferite, gli errori, le tragedie. Non basta desiderare ciò che appare spiritualmente decoroso. Non basta desiderare il respiro, la calma, la luce, il bene, la compassione. Bisogna desiderare anche ciò che giudichiamo sporco, confuso, brutto, disturbante, impresentabile.
Desiderare tutto ciò che è significa desiderare l’intera realtà della propria vita umana.
Se la mia condizione è l’indigenza, desidero l’indigenza. Se la mia condizione è la fame, desidero la fame. Se la mia condizione è la malattia, desidero la malattia. Se la mia condizione è la solitudine, desidero la solitudine. Se la mia condizione è il fallimento, desidero il fallimento. Se la mia condizione è il rimorso, desidero il rimorso. Se in me sorge il desiderio di non desiderare nulla di tutto questo, desidero anche tale desiderio.
Questo non significa dire che la fame sia buona, che la malattia sia buona, che la tragedia sia buona, o che l’ombra sia buona. Significa qualcosa di più radicale e meno morale: significa desiderare la realtà per il fatto stesso che è realtà. Significa non contrapporre più alla vita vissuta una vita immaginaria che non esiste.
Beninteso, desiderare ciò che è non significa desiderare che continui, né rinunciare ad agire per trasformarlo. Significa cessare, interiormente, di contrapporre all’istante reale un istante immaginario.
Anche il passato può essere desiderato. Anzi, forse il passato è il banco di prova più difficile. Posso desiderare di aver vissuto esattamente ciò che ho vissuto? Posso desiderare i miei errori, le mie perdite, le mie ferite, le mie umiliazioni, le mie tragedie? Posso desiderare non soltanto di essere qui ora, ma di essere arrivato qui attraverso tutto ciò che è accaduto?
Se lo desidero davvero, il passato smette di essere un nemico. Non viene cancellato, non viene abbellito, non viene giustificato: viene desiderato. E dal desiderio può sorgere una gratitudine difficile da spiegare: gratitudine per aver vissuto proprio questa vita, non un’altra; gratitudine per essere stato esposto a questa forma umana dell’esperienza, con tutto ciò che essa ha comportato.
Per me, la base di questa pratica è riconoscere se stessi come parte di un ordine più grande, o, usando una parola difficile e pericolosa, come un pensiero di Dio. Non intendo “Dio” in senso confessionale. Non penso a un Dio personale, esterno al mondo, che giudica, premia, punisce, interviene e decide. Da buddista, preferisco usare la parola “Dio” in senso immanente, forse più vicino al Dio-Natura di Spinoza: non un essere separato dalla realtà, ma la realtà stessa nel suo infinito manifestarsi.
In questo senso, tutto ciò che accade può essere visto come espressione della realtà, o di Dio-Natura: i corpi, gli eventi, i pensieri, i desideri, le condizioni, le gioie, le follie, le tragedie. Da questa prospettiva, tutto ciò che esiste e che accade corrisponde ai “pensieri di Dio” o ai “sogni di Dio”, di cui ciascuno di noi è parte e manifestazione.
Anche ciò che giudico mio non è separato dal tutto. Anche il pensiero che mi attraversa, anche il desiderio che mi inquieta, anche la condizione che vorrei rifiutare, sorgono nella realtà e come realtà.
In termini buddisti, le nostre vite si manifestano nel mondo di Sahā: un mondo impuro e faticoso, attraversato da corruzione, desiderio, paura e dolore, ma proprio per questo anche luogo di esercizio, pazienza e risveglio. Non un altrove da disprezzare in nome di una purezza immaginaria, ma il campo stesso in cui imparare a non respingere nulla della realtà che si presenta.
Amare i propri pensieri, allora, non significa narcisismo.
Amare i propri desideri non significa obbedire loro.
Amare le proprie ombre non significa trasformarle in bene.
Amare la propria condizione non significa dichiarare le proprie difficoltà auspicabili, ma riconoscerne una possibile funzione formativa e compassionevole: formativa, perché danno forma al modo in cui attraversiamo l’esperienza umana e possono renderci più saggi; compassionevole, perché possono metterci in condizione di comprendere meglio la sofferenza altrui. Forse anche queste difficoltà fanno parte del motivo per cui siamo rinati in questo mondo di sopportazione.
Significa amare la realtà che si manifesta come questa vita.
Se tutto ciò che accade è, in questo senso, espressione di Dio-Natura, allora il desiderio consapevole di ciò che accade è una forma di amore per Dio. Non adorazione confessionale, non sottomissione religiosa, non obbedienza a un’autorità trascendente, ma amore immanente per la realtà nella sua interezza.
Desiderare i propri pensieri è desiderare la realtà che pensa in noi.
Desiderare i propri desideri è desiderare la realtà che desidera in noi.
Desiderare la propria condizione è desiderare la realtà che prende questa forma.
Desiderare persino le proprie follie è desiderare che nulla della vita venga escluso dall’amore.
Contrariamente a quanto il senso comune potrebbe suggerire, è una pratica facile, rasserenante, ma all’inizio tutt’altro che spontanea, e proprio per questo deve essere continuamente coltivata. Ogni volta che sorge il rifiuto, possiamo desiderare il rifiuto. Ogni volta che sorge il giudizio, possiamo desiderare il giudizio. Ogni volta che sorge la vergogna, possiamo desiderare la vergogna. Ogni volta che sorge il desiderio di essere altrove, possiamo desiderare anche quel desiderio di essere altrove. L’effetto è quello di una pulizia interiore, di un alleggerimento, di una vita sfiorita che inizia a rifiorire.
Così non c’è più un fuori.
Non c’è più una parte della vita da espellere, una parte della mente da nascondere, una parte del passato da maledire, una parte dell’esperienza da dichiarare indegna di essere stata vissuta.
Rimane soltanto questo: vivere la realtà della propria vita umana e desiderarla, momento dopo momento, nella forma esatta in cui si presenta.
Desiderare tutto ciò che è.
Non perché tutto sia bello.
Non perché tutto sia buono.
Non perché tutto sia giusto.
Ma perché tutto è.
E se desidero ciò che è, allora non mi manca nulla.
(18 giugno 2026)