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Pratiche pacifiche

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Di fronte a ciò che percepiamo come un torto, un’ingiustizia, un tradimento o persino un crimine, è facile “reagire”. La reazione è un meccanismo automatico e ancestrale, spesso alimentato, nell’immediato, da emozioni istintive di rabbia, che in seguito vengono razionalizzate e giustificate come legittima difesa. Anche le bestie reagiscono, e questo ci rende uguali a loro.

Serve molto allenamento interiore per non reagire in malo modo: un allenamento sostenuto da una solida motivazione, a cominciare dalla consapevolezza che la rabbia può esplodere con conseguenze distruttive e irreparabili. È come un grande fuoco che divampa in una foresta: dopo non ci sarà più vita, e saranno necessari decenni o secoli affinché flora e fauna possano riformarsi. Lo stesso vale nei rapporti umani.

Senza addentrarci in questioni complesse come gli equilibri internazionali e le guerre regionali, possiamo osservare qualcosa di molto più piccolo e vicino: una donna e un uomo che si amano. La rabbia può portarli ad accusarsi vicendevolmente delle stesse cose, ciascuno convinto che il proprio punto di vista sia l’unico sensato e corretto. Pur senza che venga meno l’amore, la rabbia, se non viene incanalata in uno sforzo reciproco di “trasformazione” delle abitudini e dei comportamenti, può distruggere tutto.

Le cose, però, non devono necessariamente finire male. Tutto comincia dal riconoscere l’esistenza del problema, o dei problemi, partendo dalla legittimità del modo in cui il proprio partner pensa e interpreta i fatti. È tutt’altro che banale, perché significa non ascoltare soltanto il proprio dolore e le proprie delusioni, ma anche quelli dell’altra parte. Per funzionare, deve essere un ascolto libero dal giudizio, affinché non si instauri una modalità relazionale disfunzionale, del tipo up/down o genitore/bambino.

Tutto ciò, ovviamente, richiede volontà, coscienza e intelligenza da entrambe le parti, oltre a un approccio animico condiviso. È un equilibrio delicato e molto precario, e proprio per questo richiede attenzione e un costante lavoro di consolidamento.

Si tratta di trasformare le ferite, il rancore, la rabbia, le ingiustizie, i tradimenti esistenziali, le offese, le umiliazioni e le mancanze di rispetto in “pratiche pacifiche”. È come trasformare lo sterco di oggi nel concime che nutrirà la frutta e la verdura di domani. Oppure come l’acqua sporca che diventa limpida, bevibile e di buon sapore dopo essere stata filtrata, depurata e trattata con ingegno e sapienza, come avviene nei luoghi più aridi. Questo è il potere della Legge buddista di Nam-myoho-renge-kyo.

Ricordiamoci che la propria verità non è la realtà, e che solo gli stolti “hanno bisogno” di avere ragione. Dobbiamo uscire dai meccanismi infantili del tipo: “Tu mi fai questo, QUINDI io ti faccio quest’altro”. Non ha senso: quel “quindi” equivale a rinnegare il proprio libero arbitrio e, con esso, la propria umanità.

(25 agosto 2026)

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