Cari lettori, care lettrici,
dopo il mio ultimo articolo, La cura per l’abbrutimento indotto dal sistema, ho ricevuto un commento che mi ha fatto riflettere. Non tanto perché mi abbia colto del tutto impreparato, quanto perché conferma un rischio che avevo messo in conto: quando si toccano temi sensibili, anche solo come esempi dentro un ragionamento più ampio, può accadere che l’attenzione si sposti dal messaggio complessivo a un singolo dettaglio.
In questo caso il tema del commento è stato il mondo LGBTQ+, da me citato nel contesto delle diverse narrazioni che lo circondano: quella prevalente nei media e quella, spesso opposta, della contro-informazione. Il senso del mio discorso, almeno nelle mie intenzioni, era proprio prendere le distanze dagli automatismi di entrambe. Non perché ogni posizione sia equivalente, ma perché quando un argomento viene trasformato in bandiera, in riflesso identitario o in terreno di scontro, diventa più difficile vedere le persone reali che ci sono dietro.
E allora, se vogliamo parlarne, proviamo a farlo in modo meno urlato. Non partendo da uno slogan, ma da un fatto concreto.
Il 17 giugno 2026 si è tenuta a Roma, in Campidoglio, una conferenza stampa per i vent’anni di Gay Help Line 800713713 e per i dieci anni del Network Refuge LGBT+, una rete di accoglienza temporanea rivolta a persone LGBTQ+ vittime di violenza, discriminazione o allontanamento familiare.
Gay Help Line è nata nel 2006 ed è dedicata alla memoria di Paolo Seganti, ucciso l’anno precedente in un’aggressione omofoba. In vent’anni il servizio ha raccolto circa 400 mila contatti, attraverso telefono, chat ed e-mail, costruendo una rete nazionale di ascolto e orientamento grazie anche al lavoro di migliaia di volontari formati.
Durante l’incontro sono stati presentati alcuni dati del report 2006-2026. Una parte significativa delle persone che si rivolgono al servizio è composta da giovani tra i 18 e i 31 anni. Negli ultimi anni sono cresciute le richieste provenienti dal Sud Italia e sono aumentate anche le domande di accoglienza da parte di persone cacciate o respinte dal contesto familiare.
Il dato forse più delicato riguarda l’aumento delle segnalazioni legate a violenza, ricatti, omotransfobia e problemi di sicurezza personale. Secondo quanto emerso, dal 2017 a oggi queste richieste hanno raggiunto i valori più alti della serie storica del servizio. È un dato che può essere letto in due modi: da un lato segnala un clima più duro, dall’altro indica anche una maggiore capacità di riconoscere la violenza e chiedere aiuto.
Questo punto, a mio avviso, merita attenzione al di là delle opinioni personali sul tema. Si può discutere di cultura, di linguaggio, di diritti, di politiche pubbliche, di derive ideologiche o di strumentalizzazioni. Ma quando si parla di persone che subiscono violenze, vengono isolate, cacciate di casa o spinte a cercare un luogo sicuro, il primo dovere dovrebbe essere quello di non ridurre tutto a una caricatura.
Nel corso della conferenza sono stati ricordati anche alcuni casi diventati simbolici, tra cui quello di Andrea Spezzacatena, conosciuto dalle cronache come “il ragazzo dai pantaloni rosa”, la cui storia ha riportato al centro dell’attenzione il peso che bullismo, esclusione e umiliazione possono avere nella vita di un adolescente.
Accanto alla linea di ascolto, il Network Refuge LGBT+ ha sviluppato negli anni percorsi di accoglienza e reinserimento. Dal 2016 ha ospitato giovani provenienti da diverse parti d’Italia, accompagnandone molti verso formazione, lavoro o completamento degli studi. Non è un dettaglio secondario: l’aiuto, quando è concreto, non si limita alla dichiarazione di principio, ma prova a restituire autonomia.
Il progetto è sostenuto, tra gli altri, anche con fondi dell’8x1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, oltre che da istituzioni e realtà associative. Ed è forse qui che il tema torna al punto da cui ero partito nel mio articolo precedente: la qualità di una società non si misura solo dalle opinioni che dichiara, ma dalle relazioni che riesce a costruire, soprattutto quando incontra fragilità, conflitti e ferite.
Non sto chiedendo a nessuno di aderire a una narrazione preconfezionata. Al contrario. Sto dicendo che, prima di farci trascinare dalle categorie, dalle appartenenze o dalle reazioni istintive, può essere utile fermarsi davanti ai fatti: ci sono persone che chiedono aiuto, famiglie che si spezzano, giovani che cercano ascolto, volontari che rispondono, reti che provano a offrire protezione.
Poi ognuno farà le proprie valutazioni. Ma forse una discussione pubblica più sana dovrebbe cominciare proprio da qui: dal riconoscere che dietro ogni tema “urticante” ci sono vite concrete, e che nessuna idea vale molto se perde completamente di vista la dignità delle persone.
(22 giugno 2026)